La chiave a stella

Solo alcuni giorni fa, per celebrare il 25 aprile ho postato una bellissima poesia del partigiano Primo Levi. Ma Primo Levi è come uno di quei grossi diamanti che hanno tante facce, e ciascuna di esse riverbera intensamente la luce della sua intelligenza, della sua cultura, della sua sensibilità e della sua arte. E così per festeggiare degnamente questa festa dei lavoratori, in un periodo storico in cui il lavoro – almeno qui da noi – appare un po’ sdrucito, mi ritrovo – a venticinque anni dalla sua tragica morte – a citarlo nuovamente. Stavolta si tratta del Primo Levi operaio, che nel suo libro “la chiave a stella” ha saputo raccontare il lavoro in modo mirabile, grandioso nella sua semplicità, epico nella sua ordinarietà. Da lavoratore, ho amato tanto questo libro. Lo consiglio vivamente a chiunque non lo abbia letto. E’ decisamente una bella esperienza.

(…)
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.
(…)
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Non aggiungo altro, ma grazie a Youtube, posso addirittura ospitare l’autore che parla del suo libro in una intervista che, pur risalendo ad alcuni decenni fa, si rivela ancora straordinariamente attuale.

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Partigia

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli come,
al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

di Primo Levi

La scarcella di Pasqua

Ultimamente sono un po’ latitante da questo blog. Io stesso non saprei dire esattamente perchè. Forse ci dedicherò un post, ma prima devo ragionarci su. Ci tengo però ad augurare una Pasqua di autentica gioia a tutti coloro che passano (abitualmente, o anche solo occasionalmente) a curiosare da queste parti. Per fare in modo che il mio augurio appaia più concreto, ho pensato associargli i colori e i sapori di un dolce pugliese che si prepara esclusivamente nel periodo pasquale. Questo dolce ha per me un grande valore simbolico: evoca la Pasqua della mia infanzia, ormai lontanissima, e insieme quella dei miei figli, molto più vicina, ma finita anch’essa.

La ricetta della “scarcella” me l’ha data mia madre ed io l’ho sperimentata per la prima volta nei giorni scorsi. Fino a qualche anno fa, nonna F. aveva l’esclusiva delle scarcelle per tutta la sua progenie, e nessuno si sarebbe azzardato a rivaleggiare con la sua esperienza. Ma adesso deve aver deciso che i suoi nipoti sono ormai troppo grandi per apprezzare certe cose, e così ho pensato di cimentarmi in questa antica arte. Vedrete dalle foto che il risultato non è stato propriamente eccezionale, ma – siate buoni! – accordatemi le attenuanti del neofita.

La “scarcella” si compone di una base di pastafrolla, cui vengono date forme di fantasia, a tema pasquale (colomba, agnellino, coniglietto, uovo campana, ecc.) o, trattandosi di un dolce che solitamente viene regalato (soprattutto ai bambini) adatte ai gusti del destinatario. La pastafrolla viene poi decorata con il “gileppe”, cui si aggiungono, a piacere, altri elementi decorativi quali la codette di zucchero colorata, uova sode (decorate anch’esse), oppure piccoli ovetti di cioccolato.

Per la pastafrolla occorrono i seguenti ingredienti:

– 1 Kg di Farina
– 400g di zucchero
– 4 uova
– 1 bustina di lievito per dolci
– 1 bicchiere di olio di oliva (pugliese)

La preparazione è molto semplice: sulla spianatoia si dispone a fontana la farina e si apre un “cratere” nel quale si versa lo zucchero. Anche nello zucchero va aperto un cratere abbastanza grande da versarci l’olio, la bustina di lievito e le uova. Poi si procede amalgamando il tutto con molta cura. Quando l’impasto diventa omogeneo può essere messo su un pezzo di carta da forno, spianato (all’altezza di un almeno 1 cm) e ritagliato nella forma che s’intende dare. A questo punto s’inforna a 180°C per un quarto d’ora circa.

Per il “gileppe”, gli ingredienti sono i seguenti

– 250g di zucchero
– 1 uovo (di cui si utilizzarà solo l’albume)-
– 1 limone

Il “gileppe”, a differenza della pastafrolla, richiede molta cura nella preparazione. Bisognerà innanzitutto  montare a neve l’albume dell’uovo e tenerlo da parte. Poi si metterà lo zucchero in un pentolino insieme ad un po’ d’acqua. A fuoco lentissimo e senza mai smettere di mescolare (lentamente), bisogna attendere che lo zucchero, giunto ad ebollizione, inizi a “filare”. Solo a questo punto si potrà togliere il pentolino dal fuoco ed aggiungere l’albume montato a neve e il succo di un limone. Il tutto dev’essere mescolato a lungo fino a quando non vi siano più grumi. A questo punto, con un pennello, il “gileppe” potrà essere steso sulle “scarcelle”, e si aggiungeranno anche gli altri elementi decorativi.
Il dolce potrà essere regalato il giorno seguente alla preparazione, quando la decorazione si sarà consolidata a dovere.

Contante magagne

Da tempo mi sono convinto che sia opportuno abolire il contante. Sarebbe bene abolirlo in tutto il mondo, ma forse, per una operazione simile, i tempi non sono ancora maturi. In Italia invece è quasi una necessità imprescindibile. L’uso del contante infatti, negli ultimi tempi, nel nostro amato paese, si è legato sempre più a transazioni illecite, o almeno borderline, e sempre meno a necessità reali.
Uso la moneta elettronica tutte le volte che posso, faccio eccezione solo per acquisti di entità minima (diciamo sotto i venti euro) e per gli esercizi commerciali ancora sprovvisti del POS (che sono sempre meno). Ebbene, l’esperienza maturata mi permette di affermare questo principio: quando qualcuno ti chiede espressamente di pagare in contanti, novanta volte su cento sta fregando te, o un altro, o lo stato (e quindi te e l’altro messi insieme).
Senza contante non esisterebbero l’evasione fiscale e la corruzione, che rappresentano le grandi piaghe sociali italiane, E v’immaginate la ‘ndrangheta a compiere i suoi traffici pagando e incassando assegni?
Del resto, abbiamo mandato in pensione i rullini delle fotocamere, le cassette audio e video, e un sacco di altre cose, non vedo perchè non riconoscere la manifesta obsolescenza di banconote e centini.
La mia tesi è stata finora confinata ai ragionamenti coi colleghi davanti al distributore del caffè. Quasi sempre snobbato, quando non apertamente sbeffeggiato, sbertucciato dagli interlocutori, adesso scopro che il cosiddetto “governo tecnico”, sia pure in modo graduale, sta introducendo norme che limitano fortemente la circolazione delle banconote in favore di metodi di pagamento “tracciabili”. Se ne saranno accorti anche loro…

L’iniziativa del governo viene però da più parti osteggiata, e quasi sempre la giustificazione è una sola: gli anziani.
Gli anziani avrebbero difficoltà a ricordare i codici, a maneggiare le card, e sarebbero obbligati – udite, udite!- ad avere un conto corrente, con un aggravio insostenibile per le loro tasche esangui.
Francamente credo che chi parli di queste cose sia in mala fede e che punti unicamente a mantenere – per ovvie, impresentabili, ragioni – lo status quo.
Lo penso perchè chi cita questi “problemi”, stranamente non fa menzione degli innegabili vantaggi che, anche per gli anziani, ci sarebbero:
– l’immediato azzeramento degli episodi di borseggio a danno dei nonnetti (che frequentemente hanno – putroppo –  conseguenze tragiche), e di rapina all’uscita degli uffici postali. Anche i furti in casa, i raggiri e le truffe subirebbero un drastico calo;
– l’eliminazione di tante inutili code (particolarmente gravose per chi è in avanti con gli anni).
Sono inoltre convinto che maneggiare una card elettronica potrebbe risultare, per un anziano, molto più semplice che non districarsi fra banconote di varia foggia e formato, i terribili spicciolini e fare operazioni per calcorare il dovuto e il resto.
A me piacerebbe che degli anziani ci si ricordasse più spesso e per altre, più importanti ragioni. E non per usarli come “foglia di fico”.

M’illumino di meno 2012

Anche quest’anno, aderisco all’iniziativa lanciata da Radio 2 RAI, attraverso le trasmissioni Caterpillar e Caterpillar a.m. che punta a far crescere la sensibilità delle istituzioni e dei cittadini nei riguardi di temi – strettamente correlati tra loro – di fondamentale importanza per la nostra salute e per la qualità della vita:
– il risparmio energetico;
– la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio;
– la salvaguardia dell’ambiente.

Caterpillar e Caterpillar a.m. invitano a concentrare in un’intera giornata tutte le azioni virtuose di razionalizzazione dei consumi, sperimentando in prima persona le buone pratiche di:
– riduzione degli sprechi;
– produzione di energia pulita;
– mobilità sostenibile (bici, car sharing, mezzi pubblici, andare a piedi)
– riduzione dei rifiuti (raccolta differenziata, riciclo e riuso, attenzione allo spreco di cibo).

Il posto della poesia

Non è un blog di poesie, ma le poesie qui hanno sempre trovato posto. E’ giusto così.  La poesia deve sempre trovare posto, ovunque: in una vita, in una famiglia, in una giornata, in un luogo. In caso contrario, tutto perde di senso: la vita, la famiglia, la giornata…

Una poesia apre questo blog, e non è un caso.

Tra i poeti che frequento, non v’è dubbio che Wislava Szymbroska occupi un posto di riguardo. Nei giorni scorsi lei è morta, ed avrei voluto trovare le parole adatte per renderle omaggio. Ma è difficile. Difficile trovare le parole per una donna che delle parole ha fatto un’arte sobria, raffinata e – al tempo stesso – luminosa e dirompente.

Ieri sera però ho ascoltato, insieme a molti altri, le parole che Roberto Saviano ha avuto per lei, per la sua opera, nella trasmissione televisiva “che tempo che fa”.

Le condivido una per una. Credo che nessuno avrebbe saputo far di meglio.


Due delle poesie citate da Roberto Saviano le trovate qui e qui.

Riflessioni in coda dal benzinaio

Se un alieno mi chiedesse: “A cosa serve l’automobile?” D’impulso gli risponderei che serve per viaggiare. Ma subito mi renderei conto di aver detto una sciocchezza. Per un viaggio intercontinentale, infatti, a nessuno verrebbe in mente di utilizzare la propria berlinetta. Forse ci si potrebbe viaggiare in Europa, ma a costo di grandissimi sacrifici. Ed anche per spostarsi in Italia, considerato il rapporto costi/benefici e le difficoltà – parcheggi, zone a traffico limitato, code…- si finisce quasi sempre per preferire qualche mezzo pubblico.

Faccio due conti:
– la mia auto è costata circa dodicimila euro, che conto di ammortizzare in quindici anni:  ottocento euro per anno;
– usandola moderatamente, e quasi esclusivamente in città, spendo una trentina di euro di benzina alla settimana. In un anno sono circa millecinquecento euro;
– la manutenzione corrente posso stimarla approssimativamente, e per difetto, in cinquecento euro l’anno;
– bollo, assicurazione, revisione e altre piccole spese: non meno di altri mille euro.
Calcolando anche la spesa per il garage, la mia vetturetta pesa per circa cinquemila euro l’anno sul bilancio famigliare. E non mi serve per viaggiare (nel senso che per i viaggi c’è bisogno di un budget supplementare). Una cooperariva di tassisti, per molto meno mi scarrozzerebbe ovunque senza problemi (ecco perchè penso che ci sia spazio per nuove licenze), ed anche altre soluzioni, come – ad esempio – il “car sharing“, sarebbero senza dubbio più economiche e razionali.
Il conto però non è completo: l’auto infatti è di gran lunga il mezzo di trasporto meno sicuro, e in qualche modo bisognerà valutare le migliaia di vittime. Ogni anno come una piccola guerra che non accenna a finire.


Oggi l’auto si usa essenzialmente per tre ragioni: per lavoro, per sopperire a carenze nell’organizzazione del trasporto pubblico o solo per abitudine. Salvo che nel primo caso, il possesso di un’automobile potrebbe, con un po’ d’impegno, diventare assolutamente superfluo.
Del resto, l’inesorabile calo delle vendite, in atto ormai da diversi anni, ci attesta che il declino ha già avuto inizio, con buona pace di Sergio Marchionne, che fa la voce grossa coi suoi operai, ma che dovrebbe cercarsi delle alternative plausibili.

Negli spot che pubblicizzano un’auto, la protagonista si muove quasi sempre in paesaggi magnifici, su strade linde e sgombre, nell’isolamento più totale (non accade mai, ad esempio, che incroci un’altra auto), ma – si sa – la pubblicità racconta frottole.