Le barzellette ne “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati

vita coniugale:

(…) quella del frate e della suora che, per ragioni che è inutile precisare, si ritrovano a passare la notte nello stesso letto. Buonanotte, buonanotte, e ognuno si gira dalla sua parte. Ma la suora sente freddo e allora il frate si alza e le va a prendere una coperta, gliela stende addosso. Dopo un po’ la suora si lamenta di nuovo: “Fratello, sto gelando…” e lui si alza e va a prendere un’altra coperta. ma lei non riesce a riscaldarsi. “Ho freddo , ho ancora freddo”, e lui gentilmente le porta un’ennesima coperta.

La suora non desiste ed avanza una nuova proposta, “Fratello, sento ancora un reddo terribile in questo letto…cosa dite, perché non facciamo come marito e moglie?”, e lui “Ah, vuoi fare come marito e moglie? E allora vattela a prendere  da sola, la coperta!”.

sesso:

(…) barzelletta del tipo che va dal dottore sostenendo di essere ermafrodita, “Ma come, ne è sicuro?” ribatte il medico, “faccia un po’ vedere…”, e dopo averlo esaminato o rassicura: “Guardi che lei è un maschio, perfettamente normale…”.

“Il fatto, dottore” insiste quello, disperato “è che la fica io ce l’ho qui!” – e si batte la mano sulla fronte

bottegaio ebreo:

(…) quella di Isacco, il bottegaio, che sul letto di morte, ormai quasi cieco, voleva i figli accanto a sé: “David sei qui?”. “Sì, padre, ci sono” “E tu Rebecca, ci sei? E Sarah e Myriam? E Daniele?” “Sì, padre, eccoci” E Beniamino? Dov’è il mio piccolo Beniamino?” “Sono qui anch’io, ti siamo vicini tutti.” “Ah si, siete tutti qui? E allora chi diavolo bada al negozio?!?”.

 

 

 

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Contante magagne

Da tempo mi sono convinto che sia opportuno abolire il contante. Sarebbe bene abolirlo in tutto il mondo, ma forse, per una operazione simile, i tempi non sono ancora maturi. In Italia invece è quasi una necessità imprescindibile. L’uso del contante infatti, negli ultimi tempi, nel nostro amato paese, si è legato sempre più a transazioni illecite, o almeno borderline, e sempre meno a necessità reali.
Uso la moneta elettronica tutte le volte che posso, faccio eccezione solo per acquisti di entità minima (diciamo sotto i venti euro) e per gli esercizi commerciali ancora sprovvisti del POS (che sono sempre meno). Ebbene, l’esperienza maturata mi permette di affermare questo principio: quando qualcuno ti chiede espressamente di pagare in contanti, novanta volte su cento sta fregando te, o un altro, o lo stato (e quindi te e l’altro messi insieme).
Senza contante non esisterebbero l’evasione fiscale e la corruzione, che rappresentano le grandi piaghe sociali italiane, E v’immaginate la ‘ndrangheta a compiere i suoi traffici pagando e incassando assegni?
Del resto, abbiamo mandato in pensione i rullini delle fotocamere, le cassette audio e video, e un sacco di altre cose, non vedo perchè non riconoscere la manifesta obsolescenza di banconote e centini.
La mia tesi è stata finora confinata ai ragionamenti coi colleghi davanti al distributore del caffè. Quasi sempre snobbato, quando non apertamente sbeffeggiato, sbertucciato dagli interlocutori, adesso scopro che il cosiddetto “governo tecnico”, sia pure in modo graduale, sta introducendo norme che limitano fortemente la circolazione delle banconote in favore di metodi di pagamento “tracciabili”. Se ne saranno accorti anche loro…

L’iniziativa del governo viene però da più parti osteggiata, e quasi sempre la giustificazione è una sola: gli anziani.
Gli anziani avrebbero difficoltà a ricordare i codici, a maneggiare le card, e sarebbero obbligati – udite, udite!- ad avere un conto corrente, con un aggravio insostenibile per le loro tasche esangui.
Francamente credo che chi parli di queste cose sia in mala fede e che punti unicamente a mantenere – per ovvie, impresentabili, ragioni – lo status quo.
Lo penso perchè chi cita questi “problemi”, stranamente non fa menzione degli innegabili vantaggi che, anche per gli anziani, ci sarebbero:
– l’immediato azzeramento degli episodi di borseggio a danno dei nonnetti (che frequentemente hanno – putroppo –  conseguenze tragiche), e di rapina all’uscita degli uffici postali. Anche i furti in casa, i raggiri e le truffe subirebbero un drastico calo;
– l’eliminazione di tante inutili code (particolarmente gravose per chi è in avanti con gli anni).
Sono inoltre convinto che maneggiare una card elettronica potrebbe risultare, per un anziano, molto più semplice che non districarsi fra banconote di varia foggia e formato, i terribili spicciolini e fare operazioni per calcorare il dovuto e il resto.
A me piacerebbe che degli anziani ci si ricordasse più spesso e per altre, più importanti ragioni. E non per usarli come “foglia di fico”.

Riflessioni in coda dal benzinaio

Se un alieno mi chiedesse: “A cosa serve l’automobile?” D’impulso gli risponderei che serve per viaggiare. Ma subito mi renderei conto di aver detto una sciocchezza. Per un viaggio intercontinentale, infatti, a nessuno verrebbe in mente di utilizzare la propria berlinetta. Forse ci si potrebbe viaggiare in Europa, ma a costo di grandissimi sacrifici. Ed anche per spostarsi in Italia, considerato il rapporto costi/benefici e le difficoltà – parcheggi, zone a traffico limitato, code…- si finisce quasi sempre per preferire qualche mezzo pubblico.

Faccio due conti:
– la mia auto è costata circa dodicimila euro, che conto di ammortizzare in quindici anni:  ottocento euro per anno;
– usandola moderatamente, e quasi esclusivamente in città, spendo una trentina di euro di benzina alla settimana. In un anno sono circa millecinquecento euro;
– la manutenzione corrente posso stimarla approssimativamente, e per difetto, in cinquecento euro l’anno;
– bollo, assicurazione, revisione e altre piccole spese: non meno di altri mille euro.
Calcolando anche la spesa per il garage, la mia vetturetta pesa per circa cinquemila euro l’anno sul bilancio famigliare. E non mi serve per viaggiare (nel senso che per i viaggi c’è bisogno di un budget supplementare). Una cooperariva di tassisti, per molto meno mi scarrozzerebbe ovunque senza problemi (ecco perchè penso che ci sia spazio per nuove licenze), ed anche altre soluzioni, come – ad esempio – il “car sharing“, sarebbero senza dubbio più economiche e razionali.
Il conto però non è completo: l’auto infatti è di gran lunga il mezzo di trasporto meno sicuro, e in qualche modo bisognerà valutare le migliaia di vittime. Ogni anno come una piccola guerra che non accenna a finire.


Oggi l’auto si usa essenzialmente per tre ragioni: per lavoro, per sopperire a carenze nell’organizzazione del trasporto pubblico o solo per abitudine. Salvo che nel primo caso, il possesso di un’automobile potrebbe, con un po’ d’impegno, diventare assolutamente superfluo.
Del resto, l’inesorabile calo delle vendite, in atto ormai da diversi anni, ci attesta che il declino ha già avuto inizio, con buona pace di Sergio Marchionne, che fa la voce grossa coi suoi operai, ma che dovrebbe cercarsi delle alternative plausibili.

Negli spot che pubblicizzano un’auto, la protagonista si muove quasi sempre in paesaggi magnifici, su strade linde e sgombre, nell’isolamento più totale (non accade mai, ad esempio, che incroci un’altra auto), ma – si sa – la pubblicità racconta frottole.

Il tuo sorriso

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.
Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l’acqua che d’improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d’argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.

Amor mio, nell’ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d’improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.

Vicino al mare, d’autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.

Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell’isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l’aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

Pablo Neruda

Leggi di razza

A chi oggi si straccia le vesti per quelle che, da più parti, vengono definite “leggi razziali”, voglio ricordare che se, nel passato governo Prodi, le varie forze componenti la coalizione non avessero badato troppo al loro trogolo di consensi, oggi saremmo stati nella fase in cui si sarebbero raccolti i frutti di alcune iniziative importanti (liberalizzazioni, lotta all’evasione, ecc.) che avrebbero permesso di affrontare il momento di crisi globale con maggiore serenità, e Berlusconi sarebbe stato un “utilizzatore finale” tra i tanti che circolano nel nostro paese. E’ probabile che anche un governo di sinistra avrebbe dovuto affrontare il problema dell’immigrazione clandestina, ma lo avrebbe fatto certamente con uno spirito assai meno razzista e xenofobo della Lega e della allegra combriccola dei suoi alleati.

A chi invece si gloria di avere finalmente una legge che risolve il problema, voglio solo ricordare che siamo stati, e siamo tutt’ora, un paese di emigranti. L’emigrazione è un fenomeno talmente diffuso che penso non ci sia neppure una famiglia, in Italia, che nel passato o nel presente non abbia fatto esperienza diretta di  questo problema. Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se tutte le nazioni in cui i nostri connazionali hanno dovuto trasferirsi in cerca di miglior fortuna avessero assunto un atteggiamento simile a quello di questo governo.

Ma questo non è che l’inizio: fra un po’ saremo fermati per strada da nostri concittadini che controlleranno i nostri movimenti (un po’ come le milizie fasciste del ventennio). Io non credo che questo aumenti la nostra sicurezza, cosi come non è servita, da questo punto di vista, la nuova giunta di Roma, nonostante la campagna elettorale di Alemanno fosse stata incentrata proprio su questo tema. E poi, non venite a raccontarmi che chi sceglie una tale forma di volontariato ha tutti i venerdì al loro posto!

Qualche settimana fa abbiamo perso una buona opportunità per ridimensionare la Lega e per mettere al riparo i futuri governi dalla malattia che ha fatto finire prematuramente tutti i governi di sinistra.

Stupore e tremori

 

Ero consapevole che – prima o poi – mi sarebbe capitato di leggere un libro di Amelie Nothomb. Non perché si tratti di una scrittrice che adesso è “di moda”, ma perché alcuni miei amici me ne avevano parlato bene (ed io credo molto nel “passa-parola”); avevo anche ascoltato alcune sue interviste alla radio e alla TV e questo personaggio un po’ bizzarro mi aveva incuriosito.
L’occasione si è presentata con un suo libro che non è tra i più diffusi “Stupore e tremori”. Un libro autobiografico che racconta la prima esperienza lavorativa dell’autrice in Giappone:Amelie è nata ed ha vissuto a lungo in Giappone (dove suo padre aveva l’incarico di  ambasciatore del Belgio). Nel libro, l’autrice, in modo lieve, ironico, ma anche rigoroso e diretto racconta “dall’interno” il mondo lavorativo del sol levante, facendo piazza pulita dei luoghi comuni e svelando i retroscena di quello che noi europei consideriamo l’apice dell’efficienza e del successo commerciale. Ci permette così di scoprire che, laddove noi immaginiamo un sistema basato sulla meritocrazia e sulla razionalità, si trova un ambiente in cui si mescola arrivismo, invidia, grettezza, o almeno questi sono i nomi coi quali noi definiamo certi “difetti” che, nella cultura Giapponese, sembra non siano tali.
Il libro è scritto molto bene, e ha fatto nascere in me il desiderio di leggere altre opere di questa scrittrice.
Leggendo, oltre a rivalutare il mio ambiente di lavoro, mi sono chiesto cos’abbia spinto l’autrice a sopportare così a lungo una situazione di lavoro opprimente e degradante. In fondo avrebbe potuto dimettersi e andarsene, senza sopportare le angherie cui la sottoponevano i suoi diretti superiori. Mi son fatto l’idea che la spinta a resistere senza sbarellare le sia venuta dal desiderio di giungere fino in fondo per poter raccontare, un giorno, tutto quello che le accadeva. E credo che in questo libro abbia materializzato questo suo desiderio. Mi piacerebbe sapere da lei se questa è solo una mia supposizione senza riscontro o se sia andata davvero così. Appena la incontro glielo chiedo.