Altri tempi, altra classe… politica

li 24 Dicembre 1920

Egregio Sig. Preziuso.

In mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato.
Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato.
Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente – come il nostro – ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti.
Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onestà ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà.

E’ necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore.
Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa.
Si che, io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento.

Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce.

Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.

Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.

Dev.mo 
Giuseppe Di Vittorio

 

Caterina, per esempio

A qualche giorno dalla manifestazione degli “indignados”, mentre ancora se ne parlava, e mentre qui da noi si calcolavano i danni  delle devastazioni compiute da un branco di imbecilli , qualche testata giornalistica ha trovato il modo di occuparsi di Caterina de Manuele, una giovane donna che ha scelto un modo diverso per manifestare la propria indignazione.

Caterina lavora all’estero, ma continua a leggere gli annunci di chi offre lavoro in Italia, imbattendosi frequentemente in offerte di lavoro ambigue, offensive, stupide. Tempo fa, indignata dinanzi ad un annuncio che offriva lavoro non retribuito, e quindi solo a chi poteva permettersi, a proprie spese, di vivere per molti mesi a Milano, ha preso carta e penna (si sarebbe detto un tempo, in realtà ha usato il PC) ed ha scritto a Giancarlo Politi, direttore /editore della rivista FlashArt ed autore dell’annuncio. Ne è scaturito uno scambio di e-mail conclusosi con il Politi che, oltre a rivelarsi un giornalista che scrive in un italiano approssimativo e sgradevole, s’è dimostrato anche un gran maleducato dando della “mignotta” alla sua civilissima interlocutrice e – indirettamente – a tutte le donne che la pensano come lei.

Il vivace scambio di e-mail è stato raccolto e riportato integralmente da Caterina in una lunga lettera che lei ha inviato al Presidente della Repubblica Italiana. Nella lettera, Caterina chiede conto, al garante della Costituzione repubblicana, di come vengano tutelati il diritto al lavoro e la dignità dei cittadini. Il nostro Presidente, si sa, in questo periodo è occupatissimo a tenere fermi i principi costituzionali dinanzi ad un Governo che sembra volersene beffare, tuttavia spero trovi il tempo di approfondire le questioni poste da Caterina che riguardano tutti e che non sono – in questo particolare momento – affatto secondarie.

L’indignazione di Caterina, ha però già prodotto qualche effetto. Il danno d’immagine sia per il signor Politi che per la testata che dirige è stato notevole. Il signor Politi si è affrettato a chiudere la pagina Facebook di FlashArt dopo che la stessa era stata letteralmente inondata da commenti carichi di risentimento, ed avrà certamente cambiato, per lo stesso motivo, il suo indirizzo e-mail. Spero solo che la lezione gli sia servita e che in futuro sia meno arrogante e più rispettoso della dignità altrui e dei principi che regolano i rapporti di lavoro. (E mi auguro che impari a scrivere).

Per noialtri, Caterina può costituire un esempio di come si possa, utilizzando i potentissimi strumenti di comunicazione che sono oggi così diffusi, intervenire direttamente su chi prevarica i nostri diritti e lede la nostra dignità.

Numb3rs

Coi numeri non sono mai andato molto d’accordo. Faccio fatica a ricordarli, però ne ho molto rispetto. Per me hanno la stessa dignità di una istituzione che a volte ci bacchetta, a volte ci difende, ma che sempre dice la verità.
Oggi vorrei provare a districarmi fra alcuni numeri che hanno colpito la mia immaginazione.

Ieri è stato pubblicato con molta evidenza il dato sulla povertà. La fonte, autorevole (ISTAT), ci ha rivelato che in Italia 8 milioni di persone patiscono condizioni di vita paragonabili a quelle del cosiddetto terzo mondo. E si tratta di quasi il 14% dell’intera popolazione. Un dato, senza dubbio, allarmante. Un dato incontrovertibile che non racconta solo la crisi economica, ma anche il fallimento delle politiche sociali dei nostri governi.

Sempre nei giorni scorsi, radio e TV, hanno diffuso lo spot del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che racconta di come, sempre in Italia, siano milioni (lo spot non dice quanti) coloro che svolgono una attività di volontariato sociale. Insomma io tradurrei il messaggio così: “Come governo, e in particolare come Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali siamo stati un fallimento assoluto, ma se i volontari ci danno una mano riusciamo ad aiutare gli 8 milioni di poveri”.

Sono andato a cercarmi i numeri che il ministero non ha messo nello spot ed ho scoperto che  i milioni di volontari impegnati in questo settore sono 3, cui si aggiungono altri 630 mila persone che si occupano del cosiddetto “terzo settore” per lavoro. Professionisti.

Riepiloghiamo: 8 milioni sono i poveri, e circa 4 milioni (ci sono anche altre istituzioni, statali e religiose che vanno ad aggiungersi al terzo settore) quelli che se ne occupano. Insomma, per ogni due poveri c’è almeno una persona disposta a fornirgli assistenza e servizio. Almeno stando ai numeri c’è di che stare abbastanza tranquilli.

Ma ci sono altri dati, che m’inquietano e che – secondo me – rivelano una situazione assai più torbida di quella fin qui descritta.

Ad aprile infatti, la banca dati del fisco aveva diffuso i dati, non meno allarmanti, dell’evasione fiscale. I numeri qui sono tanti, non chiedete a me di riportarli, e raccontano di milioni di furbetti, quando non proprio di truffatori e di autentici ladri.

Ebbene: i conti non tornano.

I poveri sono poveri e quindi gli evasori, i ladri e i truffatori non vanno certo cercati da quella parte. Ciò significa che c’è – come avrebbe detto la mia proffa – una intersezione non vuota fra l’insieme  di volontari che aiuta i bisognosi, e quello degli evasori/truffatori/ladri.

Abbandonando la matematica e scendendo nel pratico vuol dire che ci sono tanti italiani che occupano parte della giornata a truffare, a gestire il loro “nero”, ad evadere i contributi per i loro dipendenti, a emettere false fatturazioni, a dichiarare il falso, a trasferire capitali in paradisi fiscali, e che, nella restante parte del loro tempo si dedicano al “prossimo” cercando in vario modo di alleviarne le sofferenze. Dei “dottor jekyill e mr.hyde” de noantri.

La loro opera di volontariato è una vuota operazione di facciata che serve a risarcire, solo parzialmente, la comunità, del danno che loro stessi hanno causato sottraendole risorse da dedicare al benessere delle categorie che essi pretendono di aiutare. Temo che, se si analizzasse a fondo la loro motivazione, si scoprirebbe che a muoverli non sia una presunta sensibilità altruistica, quanto il desiderio di placare la propria coscienza (ammesso che ce l’abbiano ancora).

Lavorare è un po’ creare

In questi giorni sto leggendo “La chiave a stella” di Primo Levi e mi sono imbattuto in queste sue bellissime e profetiche parole sul Lavoro
(…)
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse  fare a meno non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e
come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. E’ malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.
(…)

Oltre ad apprezzare le profonde verità che lo scrittore riesce a cogliere e ad esprimere con stile ineguagliabile, mi sono chiesto se di queste verità oggi non si stia facendo scempio. Le varie forme di precariato, la totale mancanza di diritti, l’incertezza delle prospettive, privano i giovani  di una parte fondamentale del loro equilibrio e della loro dignità. Ho appreso, attraverso un articolo di Massimo Gramellini su “la Stampa”, di come i vertici dell’INPS si siano premurati di evitare ai lavoratori precari di conoscere i diritti acquisiti durante la loro intricata “carriera”. Lo hanno fatto – dicono –  per mantenere la “pace sociale”. Ma una società che tratta il lavoro in questo modo, forse non merita la pace.

Cancellata la cancellazione

Dimentichiamo facilmente – questo è vero – ma poi accade qualcosa e i ricordi si riaffacciano.
E’ stato il “caso della casa” (scusate il bisticcio) del ministro Claudio Scajola, a farmi ricordare del G8 e della scorta tolta a Marco Biagi (le vicende per le quali fu costretto alle prime dimissioni e che gli hanno meritato il “record” – tutto italiano – di “ministro-che-si-dimise-due-volte”).

La recentissima proposta di mettere i compensi dei conduttori televisivi (della RAI) nei titoli di coda dei programmi mi ha fatto tornare in mente quel momento di trasparenza (più unico che raro) in cui  bastò un click per accedere alle dichiarazioni dei redditi di chiunque. Durò poche ore (abbastanza perchè molti di quei dati siano ancora in circolazione su circuiti clandestini). Subito si fece dietrofront. S’invocò la privacy e si paventarono rischi per i cittadini che dichiaravano di più. Ma sappiamo bene che a chiedere il ri-occultamento di tutto fu la lobby degli evasori (di quelli – cioè – che guadagnavano di più, ma che dichiaravano assai meno).

Proprio così, perchè l’Italia si distingue da altre nazioni evolute per la grande varietà di lobby. Altrove, come da noi, ci sono quelle degli industriali, dei burocrati, dei commercianti, degli assicuratori e, spesso, gli interessi di ciacuna lobby, contrastando con quelli delle altre, crea una sorta di equilibrio. Ma noi, unici – credo – al mondo, abbiamo anche la lobby degli evasori, dei truffatori, dei “riciclatori”, delle gerarchie ecclesiastiche, dei palazzinari, dei politici trombati, dei parassiti, quando non dei mafiosi e dei camorristi. E come si fa a raggiungere un punto di equilibrio in una situazione simile?

Appena si compie un passo  verso la libertà, la trasparenza, il rigore morale, la civiltà, il progresso, la laicità, subito salta fuori il solito potentado ringhioso che ritiene – a torto o a ragione – che sia stato leso qualche suo interesse (non importa se losco o lecito) e la politica, da sempre sensibile ai pacchetti di voti che questo, o quel gruppo, è in grado di spostare, subito fa dietro-front. Emblematico e attuale è il caso dela cancellazione delle province: volevano cancellarle tutte (altro che manovra! Sarebbe stato vero ossigeno per le generazioni a venire!), poi s’è detto che ne avrebbero cancellate solo alcune, poi il numero s’è ulteriormente ridotto, fino a che è arrivato il solito emendamento a cancellare la cancellazione.

Ciò che mi spaventa oggi non è la crisi (quella – prima o poi – finirà). E’ la lenta deriva che sta determinando il declino di questa nazione.

Uno alla volta, per carità!

A più riprese avrei voluto scrivere in questo spazio della mia indignazione rispetto alle ultime nuove dalla “casta”.  Ma ogni volta la situazione si evolveva,  e nuovi motivi d’indignazione sostituivano i vecchi, ad un ritmo impressionante.
Il primo a farmi indignare è stato, ovviamente, Claudio Scajola. Di solito i ministri passano alla storia per aver fatto qualcosa di ragguardevole (in positivo o in negativo), altrimenti passano e nessuno se ne ricorda più. Claudio Scajola ha scelto di passare alla storia per essere l’unico ministro ad essere costretto due volte alle dimissioni (la prima volta i motivi erano molto più gravi, però -si sa- noi italiani dimentichiamo e perdoniamo in fretta), ma soprattutto sarà ricordato per essere l’unico al mondo a non sapere chi gli ha pagato la casa. In due parole: un imbecille mondiale!
Ma  le inchieste s’allargano a macchia d’olio (la “lista di Diego Anemone”)  e scopri che Scajola è uno dei tanti, e forse neanche il peggiore…
E arriva la proposta di legge per la seconda patente per gli autisti delle “auto blu”. Perchè in Italia siamo tutti uguali, ma c’è sempre qualcuno più uguale degli altri.
Altri motivi d’indignazione ne ho ricavati dal dibattito intorno alla riduzione degli emolumenti ai politici, proposta da Roberto Calderoli (quando l’ha letta sui giornali). L’onorevole Giorgio Stracquadanio (subito ribattezzato stra-guadagno) aveva infatti proposto di aumentare la retribuzione ai politici più attivi. Anche l’onorevole Paola Concia si è lamentata di guadagnare poco. Dubito che la proposta di Calderoli otterrà l’approvazione del parlamento (di solito così solerte ad approvare – all’unanimità – i provvedimenti che vanno nella direzione opposta), ma perchè coloro che sono scontenti della paga non provano a cambiare mestiere? Magari ne restiamo tutti soddisfatti!
In questi giorni c’è Tremonti che ripete senza stancarsi: “Non metterò le mani nelle tasche degli italiani”. Lo dice sempre prima di infilarci la mano nelle tasche (ovviamente  mi riferisco agli italiani che pagano le tasse, gli altri possono stare tranquilli!).
Infine è arrivato il Decreto-Legge sulle intercettazioni, per il quale l’indignazione si è propagata fino agli Stati Uniti (mentre pare che tipacci come Mahmud Ahmadinejad l’abbiano apprezzato e ce lo vogliano copiare).
Sono disorientato. Troppi motivi per indignarsi portano il cittadino allo smarrimento.
Ma negli stessi giorni, ho guardato – atterrito – le immagini degli scontri in Grecia. Forse anche lì non sapevano più per cosa indignarsi.