Se ti abbraccio non aver paura

Non si tratta – a mio parere –  di un capolavoro, né di un “caso letterario”. La scrittura, sulla quale ho letto molti commenti entusiastici, a me è sembrata monocorde e mediocre. Se cercate un libro sui viaggi, o su un viaggio in particolare, c’è di meglio.
La singolarità potrebbe consistere nei viaggiatori, un papà, Franco,  che intraprende un lungo viaggio attraverso le due Americhe insieme ad Andrea, suo figlio, autistico. Ma di papà con figli autistici ce ne sono, purtroppo, tanti, e questo viaggio potrebbe anche apparire come il racconto di  un privilegio. Non si tratta neppure di un libro sull’autismo, nel senso che se volete saperne di più su questa malattia, dovrete documentarvi altrove.

Nonostante queste perplessità, ci sono alcuni aspetti di questo libro che mi hanno colpito. Provo a riassumerli.

I genitori, comunicano con Andrea attraverso il computer, ed hanno l’abitudine di stampare il contenuto di queste “conversazioni”. Franco infila questi fogli nel suo bagaglio, ed ogni volta che sente il bisogno di comunicare con suo figlio, ma questo bisogno resta insoddisfatto, lui cerca tra i fogli e trova sempre qualche frammento di conversazione passata che arriva inaspettatamente ad illuminare il presente. Questo espediente mi è sembrato geniale.
Spesso bruciamo parole in pochi attimi, raramente ci rendiamo conto del valore di ciò che ascoltiamo o che esprimiamo in una relazione con chi ci sta accanto. Talvolta una frase continua a riecheggiare e a scavare il nostro animo per molto tempo. E quante volte diciamo cose prive di senso o di cui ci vergogniamo?
In una situazione in cui la comunicazione è rarefatta, come appunto quella vissuta da Andrea e dai suoi genitori, ogni brandello di conversazione diventa prezioso, al punto da far parte del bagaglio (non solo in senso metaforico) di ciascuno di loro.

Un altro aspetto che si percepisce bene è la grande solitudine in cui si trova chi deve affrontare queste situazioni. I medici, e tutto l’apparato sanitario che, rispetto a queste patologie, brancola praticamente nel buio e, oltre a non essere in grado di fornire risposte, è impreparato a gestire la quotidianità di una malattia come questa. La totale assenza delle istituzioni e della politica. E c’è anche la solitudine sociale. Non parlo solo della mancanza di una “rete” fra famiglie che si trovano ad affrontare gli stessi problemi, ma anche della solidarietà che dovrebbe fare da collante nella società civile. Ogni famiglia dovrebbe sentire un po’ suoi questi ragazzi, e così sarebbe tutto molto più semplice.
Se ciascuno di noi – più in generale – si preoccupasse, solo un po’, dei figli degli altri, la società in cui viviamo sarebbe assai migliore.

Alla fine del libro, Franco lascia tracimare tutta la preoccupazione per il futuro di suo figlio (e in questo è uguale a tutti i papà del mondo), ma la situazione di Andrea lo porta a conclusioni senza speranza. Andrea percepisce la realtà attraverso il filtro distorcente della sua malattia mentre suo padre, quasi a compensare il figlio, ha imparato a guardare a nervi scoperti la società, coi suoi pregiudizi, le sue carenze e la sostanziale incapacità ad occuparsi di queste persone salvaguardandone la dignità.

Fulvio Ervas – Se ti abbraccio non aver paura – Marcos Y Marcos – 320 pagine

l’intervista di Daria Bignardi a Franco Antonello (le invasioni barbariche – la7)

 

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Dentro

Ascolto sempre volentieri i filosofi, convinto che oggi ci sia più bisogno di loro che di “tecnici”. Spesso accade che i filosofi scrivano dei libri, ad alcuni riesce decisamente meglio che ad altri.

A Sandro Bonvissuto, filosofo, scrivere riesce dannatamente bene, e – a torto o a ragione – mi sono convinto che il valore aggiunto della sua scrittura dipenda dal fatto che Sandro Bonvissuto, filosofo, non fa il filosofo, ma lavora nella trattoria romana “La Sagra del Vino” – zona Trionfale.

Un filosofo-scrittore che lavora in una trattoria, credo infatti abbia delle opportunità che altri filosofi, impegnati nelle loro ricerche, nei loro studi, negli estenuanti convegni, non hanno. Gli avventori di una trattoria costituiscono per lo scrittore una materia di narrazione straordinaria sia per quantità che per varietà: le nostre vite.

Così accade che un filosofo-scrittore, che lavora in una trattoria, scriva dei racconti che tutti credono autobiografici (talmente nitida è la descrizione delle situazioni, delle percezioni e delle reazioni, talmente lucide le riflessioni e profondi i sentimenti) e che invece – per stessa ammissione dell’autore – autobiografici non sono affatto.

Il libro di esordio di Sandro Bonvissuto s’intitola “Dentro”. Tre racconti che rappresentano altrettanti momenti di una vita (non necessariamente della stessa vita).

Il primo s’intitola “Il giardino delle arance amare”, e racconta il carcere dal punto di vista di un detenuto. Qui il carcere non è il luogo della emarginazione dalla società, bensì la chiave interpretativa di molte delle sue contraddizioni, la lente che permette di guardare la realtà senza il filtro della civiltà.

Il secondo racconto, “Il mio compagno di banco”, attraverso un’amicizia scaturita un po’ dall’imposizione un po’ dal caso (non certo da una scelta consapevole), ci porta dentro il labirinto oscuro ed indefinito dell’adolescenza, a rivalutarne la freschezza, insieme alla sincerità e alla limpidezza dei sentimenti.

Il libro si chiude con “Il giorno in cui mio padre mi insegnò ad andare in bicicletta”, che mi ha fatto riflettere su come – effettivamente – la crescita di un individuo, di norma graduale e continua, talvolta proceda anche per “salti”, per “impulsi” che in qualche modo stabiliscono un prima e un dopo, determinando in ciascuno dei cambiamenti radicali ed irreversibili.

Sono grato a Michela Murgia per avermi convinto a fare questo incontro, e credo che, a saper cercare, in Italia ci siano scrittori bravi e originali sui quali è necessario, oltre che utile, investire.

Difficile immaginare il seguito di questa avventura appena iniziata. E’ assai probabile che questo scrittore scriva e pubblichi altri libri, e sarà certamente interessante continuare a seguirlo, ma – viene da chiedersi – lascerà il ristorante?

guarda il video

Un cappello pieno di ciliegie

Si tratta dell’ultimo libro di Oriana Fallaci, scritto tenacemente, strappando i giorni alla morte che incombeva. Parla della sua famiglia. Da molti viene ritenuto il suo “testamento spirituale”. Questo è ciò che sapevo: abbastanza per decidere di leggere “Un cappello pieno di ciliegie”.

Un buon libro non deve però limitarsi a dare al lettore ciò che lui già si aspetta. Un buon libro dev’essere capace di sorprendere, di emozionare e di coinvolgere il lettore trascinandolo laddove lui non avrebbe mai immaginato di andare. Da questo punto di vista, credo che l’ultima opera di Oriana Fallaci non sia solo un buon libro, ma addirittura un capolavoro.

E’stato scritto per ultimo, ma questo libro ha occupato una grande parte della  vita della scrittrice. Si basa infatti su una minuziosa ricerca condotta per anni in ogni parte del mondo. Me la sono immaginata, Oriana, impegnata nel suo lavoro in Italia, o in Spagna, in Inghilterra o negli Stati Uniti, l’ho vista rubare il tempo ad un incontro importante, ad un’intervista, ad una conferenza, per correre a cercare un luogo, una traccia, un semplice indizio; a visitare polverosi archivi alla ricerca di qualcosa che riguardava solo lei. Non ci rivela quando e come abbia avuto inizio questa smaniosa ricerca, però ci spiega (e spiega a se stessa) il perché.

Attraverso la conoscenza profonda delle sue origini, Oriana compie infatti il tentativo di capire alcuni aspetti del proprio carattere, della propria personalità e perfino alcuni aspetti della sua fisicità, riconducendoli alle storie dei suoi avi. Sostiene Oriana che ciascuno di noi sia il prolungamento delle esistenze che ci hanno originato e che il nostro carattere sia l’intreccio inestricabile di questi fili.

Chi di noi non ci ha pensato almeno una volta? Chi di noi non ha riconosciuto in un gesto, nel tono della voce, in uno sguardo, il filo invisibile che congiunge due esistenze nello stesso modo in cui la radice si congiunge alla pianta? Ebbene, Oriana ha avuto la forza, il coraggio, la capacità e la caparbietà di spingersi alla ricerca delle sue radici più remote: una ricerca che più la portava in tempi e terre lontane, più le ha permesso di rivelarsi a sè stessa.

Accanto a questi aspetti più interiori, sono stato affascinato anche dal lato “estroverso” della vicenda della famiglia Fallaci. Una singolare coincidenza ha fatto sì che mi avvicinassi a questo libro proprio nell’anno in cui si celebrano i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. Fioriscono ovunque iniziative per ricordare gli artefici del tortuoso cammino che ci ha portati ad essere una nazione. Ebbene, è stato davvero emozionante, oltre che interessante, ritrovare l’innesto di quel cammino, dentro la storia di una famiglia italiana.

Anche una guida turistica…

Chissà se ci sia mai stato un committente per una guida turistica che si occupasse degli aspetti più singolari, curiosi e sconosciuti della Sardegna. Chissà quanto c’è autobiografico dell’autore nel protagonista, Nicola, e nelle sue vicende personali. Chissà se la cugina di Nicola è in realtà la cugina dello scrittore, o se si tratta solo di un artificio narrativo. Tutti dubbi che restano insoluti.
Di certo c’è un bel libro. Una bella scoperta per la quale ringrazio Milvia che se n’era occupata nel suo Blog.
In “Nuraghe Beach”, la Sardegna costituisce, per così dire, l’asse portante, o il pretesto, di un discorso che tocca, in realtà, tanti temi, in alcuni casi sfiorandoli con leggerezza, in altri casi scendendo più in profondità, ma sempre con uno stile fresco ed originale.
Un libro corale, che si sviluppa, nella lunga premessa, come un dialogo tra il protagonista e sua cugina, e che poi raccoglie contributi e testimonianze (bellissime) da altri scrittori sardi, dalla fantomatica cugina (non si sa più se del protagonista, dell’autore, di entrambi, o di nessuno dei due), e perfino dalla mamma dell’autore.
Resta un dubbio… E la guida? La guida dov’è?
Ho avuto la fortuna di leggere questo libro durante la mia prima vacanza in Sardegna, a Cagliari. Posso così testimoniare di aver trovato riscontri precisi tra ciò che viene raccontato nel libro e quello che avevo già visto, o che sarei andato a cercare. Un solo esempio: i parenti dei detenuti che si avvicinano alla casa circondariale di Cagliari per incontrare – sia pure a distanza – il proprio congiunto (grazie alla tolleranza e all’umanità delle guardie che si girano, per un po’, dall’altra parte). Una scena che mi aveva profondamente toccato e che ho ritrovato, descritta benissimo, nel libro di Flavio Soriga.

Flavio Soriga – “Nuraghe Beach – La Sardegna che non visiterete mai” – Ed. Laterza – collana Contromano

 

Vecchiaccio?

Il libro si apre…con la dedica dell’autore, incontrato alla presentazione del libro medesimo alla libreria Feltrinelli di Bari. Sorrido perché c’è scritto “con simpatia” e so bene che io, per Marco Presta, sono e resterò un perfetto sconosciuto, e che invece avrei dovuto io scrivergli da qualche parte “con simpatia”, visto che seguo il suo programma radiofonico fin dagli esordi e che questo mi permette di considerarlo, se non proprio un amico, perlomeno una “voce amica” che da anni fa parte della colonna sonora delle mie giornate. Però lui non verrà mai da me a chiedermi una dedica: la realtà offre spesso di questi paradossi, meglio abituarsi.

Ma restiamo al libro.  Nell’acquisto non mi sono lasciato condizionare dalla lunga frequentazione radiofonica. Come sempre sono andato a cercare sulle mie fonti abituali e quello che ho letto mi ha intrigato, incoraggiato, anche se, essendo lo scrittore – a suo modo – un “personaggio famoso”, ho sospettato che la benevolenza dei giudizi  fosse, almeno parzialmente “drogata” dalla notorietà.

Questo sospetto  – mi sono accorto durante la lettura-  ha costituito un pregiudizio del quale ho faticato a liberarmi. Scorrendo il testo mi chiedevo infatti se uno sconosciuto, che avesse scritto “quel” libro, avrebbe avuto, in Italia,  il privilegio di essere pubblicato nientemeno che da Einaudi. Pian piano però mi sono reso conto che il libro meritava la pubblicazione e che, pur non essendo un capolavoro, è senza dubbio gradevole, dignitoso, scorrevole e offre originali spunti di riflessione su diverse questioni.

Protagonista è un vecchio burbero, acido, incazzoso e un po’ antipatico. Un vecchio come tanti. Intorno a lui e al suo singolare punto di osservazione della realtà ruotano una serie di personaggi che l’autore tratteggia in modo quasi evanescente. Alcuni sono comuni, comuni le loro storie, i loro atteggiamenti, le loro contraddizioni: la moglie, la figlia, l’automobilista, gente che incontriamo tutti i giorni. Altri sono talmente singolari da apparire fantastici, poetici. Ma –chissà?- è possibile che anche le nostre giornate siano popolate da qualche “Armando”, e forse non ce ne accorgiamo. Se solo sapessimo guardarci attorno, chissà che sorpresa sarebbe scoprire qualcuno che ha cura di noi, che prova guidarci in una direzione che noi non avremmo mai immaginato e che invece è proprio quella giusta, che non si arrende al fatto che la vita, le vite abbiano il loro corso, il loro destino e che prova ad interferire dando qua e la un’aggiustatina.

In conclusione devo dire che ho apprezzato questa “opera prima” di Marco Presta (in realtà non si tratta di uno scrittore di primo pelo, visto che ha già pubblicato una raccolta di racconti e che, oltre a fare radio,  scrive per la TV e per il Teatro). Ci ho trovato tanto di personale, ma anche tante esperienze, pazientemente raccolte in anni di dialogo con la gente,  che servono a farci riflettere sulle meraviglie che ci circondano e delle quali troppo spesso non ci accorgiamo.

Marco Presta – Un calcio in bocca fa miracoli – Einaudi

Lettera ai bambini

E’ difficile fare
Le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,

cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.

di Gianni Rodari tratto da “Parole per giocare”

In ricordo di Gianni Rodari a 90 anni dalla sua nascita

Lavorare è un po’ creare

In questi giorni sto leggendo “La chiave a stella” di Primo Levi e mi sono imbattuto in queste sue bellissime e profetiche parole sul Lavoro
(…)
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse  fare a meno non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e
come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. E’ malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.
(…)

Oltre ad apprezzare le profonde verità che lo scrittore riesce a cogliere e ad esprimere con stile ineguagliabile, mi sono chiesto se di queste verità oggi non si stia facendo scempio. Le varie forme di precariato, la totale mancanza di diritti, l’incertezza delle prospettive, privano i giovani  di una parte fondamentale del loro equilibrio e della loro dignità. Ho appreso, attraverso un articolo di Massimo Gramellini su “la Stampa”, di come i vertici dell’INPS si siano premurati di evitare ai lavoratori precari di conoscere i diritti acquisiti durante la loro intricata “carriera”. Lo hanno fatto – dicono –  per mantenere la “pace sociale”. Ma una società che tratta il lavoro in questo modo, forse non merita la pace.