Altri tempi, altra classe… politica

li 24 Dicembre 1920

Egregio Sig. Preziuso.

In mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato.
Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato.
Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente – come il nostro – ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti.
Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onestà ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà.

E’ necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore.
Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa.
Si che, io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento.

Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce.

Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.

Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.

Dev.mo 
Giuseppe Di Vittorio

 

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Il posto della poesia

Non è un blog di poesie, ma le poesie qui hanno sempre trovato posto. E’ giusto così.  La poesia deve sempre trovare posto, ovunque: in una vita, in una famiglia, in una giornata, in un luogo. In caso contrario, tutto perde di senso: la vita, la famiglia, la giornata…

Una poesia apre questo blog, e non è un caso.

Tra i poeti che frequento, non v’è dubbio che Wislava Szymbroska occupi un posto di riguardo. Nei giorni scorsi lei è morta, ed avrei voluto trovare le parole adatte per renderle omaggio. Ma è difficile. Difficile trovare le parole per una donna che delle parole ha fatto un’arte sobria, raffinata e – al tempo stesso – luminosa e dirompente.

Ieri sera però ho ascoltato, insieme a molti altri, le parole che Roberto Saviano ha avuto per lei, per la sua opera, nella trasmissione televisiva “che tempo che fa”.

Le condivido una per una. Credo che nessuno avrebbe saputo far di meglio.


Due delle poesie citate da Roberto Saviano le trovate qui e qui.

Fotografia dell’11 settembre

Sono saltati giù dai piani in fiamme –
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.

La fotografia li ha fissati vivi,
e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.

Ognuno è ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.

C’è abbastanza tempo
perchè’ si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.

Restano ancora nella sfera dell’aria,
nell’ambito di luoghi
che si sono appena aperti.

Solo due cose posso fare per loro
descrivere quel volo
senza aggiungere l’ultima frase.

di Wislawa Szymborska

Parole nuove: giveaway

 

Non ricordo con precisione l’anno, ma ho iniziato ad usare internet quando ancora ci si abbonava a pagamento, perciò si tratta di tanti anni fa. Da allora il mio lessico si è arricchito di tante parole nuove, a partire da internet, per l’appunto, e passando per log-in, nickname, upload e download, ed ovviamente e-mail, fino ai post ed ai (o alle) tag. Questi sono solo alcuni esempi ma l’elenco è così lungo che potrebbe essere raccolto in un vocabolario “a-parte”.

Queste parole sono entrate profondamente nella vita privata, nel mio lavoro, nelle relazioni con amici e conoscenti, si sono così radicate che talvolta capita di usarle anche in ambiti diversi da quelli per cui sono nate.

E con le parole, è cambiata anche la mia vita, anni fa infatti non avrei mai immaginato che si potesse trascorrere una mattina della domenica a scrivere un post per il proprio blog.
Intanto le parole nuove continuano a fluire, una dopo l’altra, e ce n’è sempre una nuova da imparare.

Oggi proverò ad imparare cosa sia il “giveaway”.

A quanto mi ha spiegato la mia amica Francesca, il giveaway funziona in questo modo:
un blogger che voglia aumentare la visibilità dei contenuti del suo blog, mette in palio uno, o più premi, destinati ad altri che, apprezzando la qualità delle sue creazioni, siano disposti, attraverso un post sul loro blog, o sul profilo Facebook, a segnalarle ad altri. Una volta messa on web la segnalazione, si lascia un commento sul blog di chi ha lanciato il giveaway citando il link del post appena pubblicato e si partecipa alla estrazione dei premi in palio. Chiaro?

Detto, fatto. Mi metto subito al lavoro perchè la mia amica Francesca oltre ad aver spiegato a me (molto meglio di come io ho testè fatto) come funziona il giveaway, ne ha lanciato uno mettendo in palio alcune stampe personalizzate delle sue bellissime illustrazioni, alcune delle sue famose cartoline rotonde, e l’ultima copia del suo calendario 2011, e non voglio certo perdermi questa opportunità.

Francesca si occupa ormai da diversi anni di illustrazioni per ragazzi (di tutte le età) ed è davvero brava. Ha pubblicato alcuni libri che hanno avuto una distribuzione decisamente inferiore a quella che il loro pregio avrebbe meritato, eh ha realizzato illustrazioni per libri di varie case editrici. Le sue illustrazioni però non sono destinate solo ai libri, e visitando il suo sito ciascuno può scoprire il suo modo per poterle ammirare. Non ultimo quello di vincerne qualcuna partecipando al giveaway.

Mi rendo conto ora che, chiacchierando con mia madre, non potrei usare alcuna di queste parole nuove, e mi chiedo quali saranno le parole che i miei figli non potranno usare con me…

A Marchionne e ai suoi compagni

(…) Dice: “E l’azienda?”. Io all’azienda gli voglio più bene di te. Io ho solo quella. Tu forse no. La mia vita stessa, invece, è legata a lei. Non sono suo nemico. Io sono il suo primo alleato – la sua prima ricchezza – se solo mi sa prendere. Si chiama democrazia. E i nemici delle fabbriche sono altri, non sono io: sono quelli che le fabbriche – sia a me che a te – ce le vogliono far chiudere sotto i gravami d’una società bloccata o sognando che sia possibile un mondo in cui si sta bene ma non si produce. Vogliono la bicicletta per correre in mezzo al verde, per esempio, ma non vogliono gli altiforni necessari per produrla.
(…)

Antonio Pennacchi – dalla prefazione alla nuova edizione di “Mammut” – 2011

 

 
Primo Maggio – Festa dei lavoratori 

l’unità

 

Passa una colonna di artiglieria.
Sul primo pezzo: “Verso la gloria”.
Sul secondo: “Sempre ed Ovunque” e così di seguito “Ruggo, Rombo, Rompo”, “Difendo la Patria”, “Indomabile”, eccetera. La rettorica si è sfogata. Sull’ultimo pezzo hanno scritto soltanto “Ginetta”.

Ennio Flaiano – Aethiopia – appunti per una canzonetta

Ciao pà

(…)
«La vita… Ci son tre miliardi di uomini su questa terra e ciascuno ti darà la sua definizione della vita… Ammetterai che la vita non è la stessa per un indiano che nasce e muore senza saperlo, per un americano che distribuisce la puntura , per un vietcong che assalta un carro armato con tre pallottole dentro il fucile… La vita…»
«La vita cos’è, François?ç»
«Non lo so, ma a volte mi domando se non sia un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo, e per attraversarlo ci son tanti modi, quello dell’indiano, quello dell’americano,quello del vietcong…»
«E quando l’hai attraversato?»
«Quando l’hai attraversato, basta. Hai vissuto. Esci di scena e muori.»
«E se muori subito?»
«E’ lo stesso: il palcoscenico puoi attraversarlo più o meno alla svelta. Non conta il tempo che ci metti, conta il modo in cui lo attraversi. L’importante, quindi, è attraversarlo bene.»
«E cosa significa attraversarlo bene?»
«Significa non cadere nel buco del suggeritore. Significa battersi. Come un vietcong. Non lasciarsi sgozzare, non addormentarsi al sole, non paralizzarsi nella puntura, non chiacchierare e basta come fanno gli ipocriti e, tutto sommato, anche noi. Significa credere in qualcosa e battersi. Come un vietcong.»
«E se sbagli?»
«Pazienza. L’errore è sempre meglio del nulla.»
(…)
Elisabetta, sorellina mia. Un giorno mi chiedesti cos’è la vita: vuoi ancora saperlo?
«Si, la vita, cos’è?»
»E’ una cosa da riempire bene, senza perdere tempo. Anche se a riempirla bene si rompe»

(…)

(Oriana Fallaci – Niente e così sia – Rizzoli – 1969)