Le barzellette ne “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati

vita coniugale:

(…) quella del frate e della suora che, per ragioni che è inutile precisare, si ritrovano a passare la notte nello stesso letto. Buonanotte, buonanotte, e ognuno si gira dalla sua parte. Ma la suora sente freddo e allora il frate si alza e le va a prendere una coperta, gliela stende addosso. Dopo un po’ la suora si lamenta di nuovo: “Fratello, sto gelando…” e lui si alza e va a prendere un’altra coperta. ma lei non riesce a riscaldarsi. “Ho freddo , ho ancora freddo”, e lui gentilmente le porta un’ennesima coperta.

La suora non desiste ed avanza una nuova proposta, “Fratello, sento ancora un reddo terribile in questo letto…cosa dite, perché non facciamo come marito e moglie?”, e lui “Ah, vuoi fare come marito e moglie? E allora vattela a prendere  da sola, la coperta!”.

sesso:

(…) barzelletta del tipo che va dal dottore sostenendo di essere ermafrodita, “Ma come, ne è sicuro?” ribatte il medico, “faccia un po’ vedere…”, e dopo averlo esaminato o rassicura: “Guardi che lei è un maschio, perfettamente normale…”.

“Il fatto, dottore” insiste quello, disperato “è che la fica io ce l’ho qui!” – e si batte la mano sulla fronte

bottegaio ebreo:

(…) quella di Isacco, il bottegaio, che sul letto di morte, ormai quasi cieco, voleva i figli accanto a sé: “David sei qui?”. “Sì, padre, ci sono” “E tu Rebecca, ci sei? E Sarah e Myriam? E Daniele?” “Sì, padre, eccoci” E Beniamino? Dov’è il mio piccolo Beniamino?” “Sono qui anch’io, ti siamo vicini tutti.” “Ah si, siete tutti qui? E allora chi diavolo bada al negozio?!?”.

 

 

 

a mao e a luva – storia di un trafficante di libri

cineroma_15_672-458_resizeAnni fa, nella saletta semideserta della biblioteca della mia città, ad una proiezione che faceva parte del nostro piccolo (ma bello) festival del cinema, ho incontrato questo film. In realtà la pellicola ha fatto solo da tramite, è stata uno strumento per conoscere una persona straordinaria e il suo progetto, un mondo coloratissimo, vivace, pulsante, e tanto, tanto altro. Il film era stato presentato, pochi mesi prima, fuori concorso, alla festa del cinema di Roma del 2010 e in quella occasione era giunto in Italia Ricardo Gomez Ferraz (detto K Cal), il protagonista del film (e l’artefice di tutto ciò che è nato dal suo ingegno e dalla sua dedizione).

Fin da quando l’ho visto, ho auspicato che vi fosse uno spazio dove questo straordinario documento potesse essere condiviso.

Di recente ho scoperto che l’università telematica UNINETTUNO ha messo on line una “lezione speciale” tenuta da Roberto Orazi, il regista del film. In realtà la lezione consiste in una breve introduzione che precede il film nella versione integrale (l’introduzione dura 15min e 12 sec).

Nel film ci sono delle poesie di K Cal o dei suoi piccoli amici. Eccovene la trascrizione

Fanciullo senza nome
Il poeta sente il dolore degli altri
Felici sono le pietre
Il poeta vede oltre la realtà
Felici sono i ciechi
Il poeta sente il rumore del silenzio
Felici sono i sordi
Il poeta parla con le labbra dell’anima
Essere un poeta: uno dono o un Karma?
Ah, se fossi una pietra
Forse saprei la strada della felicità
Far scoppiare una bomba o salvare il mondo?
Preferisco essere la spugna dell’umanità

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La mareè
Amare è spazzatura
Merda, carogna
Creazione del creatore
Creature sottomesse
La mareè, luogo di miserabili
Per inerzia o mancanza d’opportunità
Latrina dell’umanità
La mareè accoglie e cresce
Il figlio ignorato che la uccide
Amare è fuggire dal fango
Luccicante come l’argento
La mareè cerca il fiume per liberarsi
Ma inevitabilmente
La mareè morirà

—-

Quasi tutte le cose che non servono, iniziano con P
Fermati per pensare
Per non perire
Preconcetto
Prostituzione
La previsione è già stata prevista
La pretesa non smette di crescere
E il povero immobile non smette di perdere
Il potere
Il pudore
E il vanto del pastore
Il panico e il palazzo
Che ti fanno sentire un pagliaccio

—-
Gatto fottuto
Per colpa della disumanità umana
Mio padre era un gatto
Mia madre era una gatta
Oggi sono un gatto nero
Perché sono nato all’alba
Dicono che porti sfortuna
E che voglio solo rubare
A causa di questo preconcetto
Tutti mi vogliono ammazzare
Tuttavia sono stato felice
Il tetto era il mio letto
Ma una faccia infelice
Mi gettò contro il muro
E per questo ho perso la memoria
Diventai cieco, sordo e muto
Se non fosse stato per i miei amici
Ora sarei all’altro mondo
Adesso sono un gatto pazzo
Adesso sono un gatto demente
Mischio vitamine e succo
Confondo formaggio con sapone

—-

Io vivo in un buco
Vicino allo scarico della nazione
Tra il nulla e la rivoluzione
Vedo con rabbia una
Rivoluzione che non c’è
Cercando una meta nell’oscurità
I miei amici desisterono
Ancora prima di tentare
Ma io vado avanti
Affinché
la barca non affondi
giovani distrutti
dalla decadenza
la miseria è dolore e
la fame genera violenza
non c’è differenza
tra droga e amore
entrambe danno piacere
allegria e dolore

—-
a mao e a luvale poesie dei ragazzi

il vento del mese di Agosto
getta le foglie in terra
solo non tocca il mio volto
perché sta nel mio cuore

—-
il colibrì
E’ il colibrì che bacia il fiore
O il fiore che bacia
Il colibrì?

—-

L’acqua viva quando muore
Diventa acqua morta
O solo acqua?

—-

Aveva tanti rammendi la calza di Raimondo
Che ci studiava sopra la geografia del mondo
Ma Raimondo cresceva, in compagnia dei libri
Comprò una calza nuova e la vecchia rimase con me
Io provai invidia perché Raimondo vinse
Non volli vedere la lucedei libri
Per questo il mio mondo rimase nel buio

—-
La pioggia è un mistero
Nessuno sa da dove viene
In un luogo piove di più
In un altro acqua non c’è
La pioggia è come una lacrima
Che a volte cade dal cielo
Per asciugare questa tristezza
Niente di meglio del vento
Se la pioggia cade, bagna la terra
Il mio petto si riscalda
Dona frutti e pane
E la natura fiorisce
Altre poesie

Sto rimediando i soldi per comprare un amore
L’amore che paghi è più economico
Evita gelosie, litigi e minacce
Non da soddisfazioni
Non si cura di niente
L’amore del bordello è puro e sincero
Loro non m’ingannano, vogliono solo i miei soldi
Posso godere come voglio
Finito con una ne posso scegliere un’altra

—-
Giochi da bambini

Gira la trottola
Mira il testone
Giochiamo al pallone
Col piede o con la mano
Palla da gonfiare
Palla di carta
Palla di pezza
Bolla di sapone
Macchina di latta
Cavallo a dondolo
Gioca a nascondino
Niente è meglio di questo
Non ho soldi
Né computer
Ma non sono triste
Usa l’immaginazione

  • – – –

Aggiungo alcuni riferimenti utili per seguire e sostenere l’opera di K Cal

Riferimenti:

Ricardo Gomez Ferraz (K cal)

http://bibliotecadaunicap.blogspot.it
https://www.facebook.com/LivrotecaBrincanteDoPina
Centro Comunitário de Integração Artística
Ponto de Leitura: Livroteca Brincante do Pina
Rua Oswaldo Machado, 232
Pina – Recife/PE.
CEP.: 51011-160

Altri tempi, altra classe… politica

li 24 Dicembre 1920

Egregio Sig. Preziuso.

In mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato.
Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato.
Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente – come il nostro – ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti.
Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onestà ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà.

E’ necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore.
Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa.
Si che, io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento.

Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce.

Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.

Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.

Dev.mo 
Giuseppe Di Vittorio

 

Se ti abbraccio non aver paura

Non si tratta – a mio parere –  di un capolavoro, né di un “caso letterario”. La scrittura, sulla quale ho letto molti commenti entusiastici, a me è sembrata monocorde e mediocre. Se cercate un libro sui viaggi, o su un viaggio in particolare, c’è di meglio.
La singolarità potrebbe consistere nei viaggiatori, un papà, Franco,  che intraprende un lungo viaggio attraverso le due Americhe insieme ad Andrea, suo figlio, autistico. Ma di papà con figli autistici ce ne sono, purtroppo, tanti, e questo viaggio potrebbe anche apparire come il racconto di  un privilegio. Non si tratta neppure di un libro sull’autismo, nel senso che se volete saperne di più su questa malattia, dovrete documentarvi altrove.

Nonostante queste perplessità, ci sono alcuni aspetti di questo libro che mi hanno colpito. Provo a riassumerli.

I genitori, comunicano con Andrea attraverso il computer, ed hanno l’abitudine di stampare il contenuto di queste “conversazioni”. Franco infila questi fogli nel suo bagaglio, ed ogni volta che sente il bisogno di comunicare con suo figlio, ma questo bisogno resta insoddisfatto, lui cerca tra i fogli e trova sempre qualche frammento di conversazione passata che arriva inaspettatamente ad illuminare il presente. Questo espediente mi è sembrato geniale.
Spesso bruciamo parole in pochi attimi, raramente ci rendiamo conto del valore di ciò che ascoltiamo o che esprimiamo in una relazione con chi ci sta accanto. Talvolta una frase continua a riecheggiare e a scavare il nostro animo per molto tempo. E quante volte diciamo cose prive di senso o di cui ci vergogniamo?
In una situazione in cui la comunicazione è rarefatta, come appunto quella vissuta da Andrea e dai suoi genitori, ogni brandello di conversazione diventa prezioso, al punto da far parte del bagaglio (non solo in senso metaforico) di ciascuno di loro.

Un altro aspetto che si percepisce bene è la grande solitudine in cui si trova chi deve affrontare queste situazioni. I medici, e tutto l’apparato sanitario che, rispetto a queste patologie, brancola praticamente nel buio e, oltre a non essere in grado di fornire risposte, è impreparato a gestire la quotidianità di una malattia come questa. La totale assenza delle istituzioni e della politica. E c’è anche la solitudine sociale. Non parlo solo della mancanza di una “rete” fra famiglie che si trovano ad affrontare gli stessi problemi, ma anche della solidarietà che dovrebbe fare da collante nella società civile. Ogni famiglia dovrebbe sentire un po’ suoi questi ragazzi, e così sarebbe tutto molto più semplice.
Se ciascuno di noi – più in generale – si preoccupasse, solo un po’, dei figli degli altri, la società in cui viviamo sarebbe assai migliore.

Alla fine del libro, Franco lascia tracimare tutta la preoccupazione per il futuro di suo figlio (e in questo è uguale a tutti i papà del mondo), ma la situazione di Andrea lo porta a conclusioni senza speranza. Andrea percepisce la realtà attraverso il filtro distorcente della sua malattia mentre suo padre, quasi a compensare il figlio, ha imparato a guardare a nervi scoperti la società, coi suoi pregiudizi, le sue carenze e la sostanziale incapacità ad occuparsi di queste persone salvaguardandone la dignità.

Fulvio Ervas – Se ti abbraccio non aver paura – Marcos Y Marcos – 320 pagine

l’intervista di Daria Bignardi a Franco Antonello (le invasioni barbariche – la7)

 

Dentro

Ascolto sempre volentieri i filosofi, convinto che oggi ci sia più bisogno di loro che di “tecnici”. Spesso accade che i filosofi scrivano dei libri, ad alcuni riesce decisamente meglio che ad altri.

A Sandro Bonvissuto, filosofo, scrivere riesce dannatamente bene, e – a torto o a ragione – mi sono convinto che il valore aggiunto della sua scrittura dipenda dal fatto che Sandro Bonvissuto, filosofo, non fa il filosofo, ma lavora nella trattoria romana “La Sagra del Vino” – zona Trionfale.

Un filosofo-scrittore che lavora in una trattoria, credo infatti abbia delle opportunità che altri filosofi, impegnati nelle loro ricerche, nei loro studi, negli estenuanti convegni, non hanno. Gli avventori di una trattoria costituiscono per lo scrittore una materia di narrazione straordinaria sia per quantità che per varietà: le nostre vite.

Così accade che un filosofo-scrittore, che lavora in una trattoria, scriva dei racconti che tutti credono autobiografici (talmente nitida è la descrizione delle situazioni, delle percezioni e delle reazioni, talmente lucide le riflessioni e profondi i sentimenti) e che invece – per stessa ammissione dell’autore – autobiografici non sono affatto.

Il libro di esordio di Sandro Bonvissuto s’intitola “Dentro”. Tre racconti che rappresentano altrettanti momenti di una vita (non necessariamente della stessa vita).

Il primo s’intitola “Il giardino delle arance amare”, e racconta il carcere dal punto di vista di un detenuto. Qui il carcere non è il luogo della emarginazione dalla società, bensì la chiave interpretativa di molte delle sue contraddizioni, la lente che permette di guardare la realtà senza il filtro della civiltà.

Il secondo racconto, “Il mio compagno di banco”, attraverso un’amicizia scaturita un po’ dall’imposizione un po’ dal caso (non certo da una scelta consapevole), ci porta dentro il labirinto oscuro ed indefinito dell’adolescenza, a rivalutarne la freschezza, insieme alla sincerità e alla limpidezza dei sentimenti.

Il libro si chiude con “Il giorno in cui mio padre mi insegnò ad andare in bicicletta”, che mi ha fatto riflettere su come – effettivamente – la crescita di un individuo, di norma graduale e continua, talvolta proceda anche per “salti”, per “impulsi” che in qualche modo stabiliscono un prima e un dopo, determinando in ciascuno dei cambiamenti radicali ed irreversibili.

Sono grato a Michela Murgia per avermi convinto a fare questo incontro, e credo che, a saper cercare, in Italia ci siano scrittori bravi e originali sui quali è necessario, oltre che utile, investire.

Difficile immaginare il seguito di questa avventura appena iniziata. E’ assai probabile che questo scrittore scriva e pubblichi altri libri, e sarà certamente interessante continuare a seguirlo, ma – viene da chiedersi – lascerà il ristorante?

guarda il video

Mamma, la Turco!

Oggi, alla radio,  Barbara Palombelli ha intervistato Livia Turco e – come le accade da qualche tempo – quando è stato toccato il tasto del livore che monta nei confronti della classe politica, la deputata ha avuto il consueto accenno di pianto, che non saprei se attribuire a commozione, dolore o disagio.
Una persona, e in particolare una donna che piange, a me fa sempre un certo effetto. Inizialmente suscita empatia, e non di rado sfocia nel senso di colpa: “Ma che t’ho fatto, Livia?”

Stavo per cascarci quando il mio collega N., assai più svelto e scafato di me su queste cose, ha detto: “Perchè non le chiede come ha votato tutte le volte che si sono aumentati lo stipendio?”
E il mio senso di colpa si è miracolosamente dissolto ancor prima di nascere.

Ora, sperare che Barbara Palombelli, incarnazione di un giornalismo salottiero, accomodante e accomodato, possa anche solo pensare di fare una domanda così ardita, è assolutamente inutile. Sarebbe, tuttavia, oltremodo interessante, se Livia Turco rispondesse, innanzitutto a sé stessa (risparmiandosi così parecchi piagnistei) e poi a noialtri, a domande come quelle di N. e ad altre dello stesso tenore. Faccio qualche esempio:
– Cos’ha fatto il suo partito per risolvere il conflitto d’interesse?
– Cos’ha prodotto la commissione presieduta da D’Alema sulle riforme istituzionali?
– Come mai, entrambe le volte che siete stati al governo, nelle brevi pause del ventennio Berlusconiano, non avete fatto altro che litigare tra voi?
– Qual’è la sua posizione sul finanziamento pubblico ai partiti?
– Qual’è stato il contributo del suo partito al contrasto dell’evasione fiscale e ad una distribuzione dei redditi degna di un paese civile?
– Cosa avete fatto per cancellare la vergognosa legge elettorale in vigore?

La lista potrebbe essere ben più lunga, ma non voglio infierire. Né voglio disconoscere all’Onorevole Turco i meriti che pure ha avuto nella sua lunga carriera politica. Lei stessa ha peraltro anticipato – dopo aver fatto ben sette legislature in parlamento- che non si ricandiderà alle prossime elezioni. Cosa pretendere di più?

Ecco, potrebbe convincere tanti suoi colleghi a emularla. Come lei stessa asserisce, si può continuare a fare politica anche senza ricoprire incarichi istituzionali. L’indubbia competenza e l’esperienza di queste persone può ancora essere utile al paese, ma – per favore – fuori dall’emiciclo.

Del resto, io non sono contro i partiti, anzi, penso che il loro ruolo sia ancora fondamentale e che, opportunamente rifondati, possano essere determinanti nel ristabilire, nel nostro paese, un minimo di democrazia e di civiltà. Ma non venite a raccontarmi che i partiti, così  come si sono ridotti, siano ancora in grado di rappresentarci.