Dentro

Ascolto sempre volentieri i filosofi, convinto che oggi ci sia più bisogno di loro che di “tecnici”. Spesso accade che i filosofi scrivano dei libri, ad alcuni riesce decisamente meglio che ad altri.

A Sandro Bonvissuto, filosofo, scrivere riesce dannatamente bene, e – a torto o a ragione – mi sono convinto che il valore aggiunto della sua scrittura dipenda dal fatto che Sandro Bonvissuto, filosofo, non fa il filosofo, ma lavora nella trattoria romana “La Sagra del Vino” – zona Trionfale.

Un filosofo-scrittore che lavora in una trattoria, credo infatti abbia delle opportunità che altri filosofi, impegnati nelle loro ricerche, nei loro studi, negli estenuanti convegni, non hanno. Gli avventori di una trattoria costituiscono per lo scrittore una materia di narrazione straordinaria sia per quantità che per varietà: le nostre vite.

Così accade che un filosofo-scrittore, che lavora in una trattoria, scriva dei racconti che tutti credono autobiografici (talmente nitida è la descrizione delle situazioni, delle percezioni e delle reazioni, talmente lucide le riflessioni e profondi i sentimenti) e che invece – per stessa ammissione dell’autore – autobiografici non sono affatto.

Il libro di esordio di Sandro Bonvissuto s’intitola “Dentro”. Tre racconti che rappresentano altrettanti momenti di una vita (non necessariamente della stessa vita).

Il primo s’intitola “Il giardino delle arance amare”, e racconta il carcere dal punto di vista di un detenuto. Qui il carcere non è il luogo della emarginazione dalla società, bensì la chiave interpretativa di molte delle sue contraddizioni, la lente che permette di guardare la realtà senza il filtro della civiltà.

Il secondo racconto, “Il mio compagno di banco”, attraverso un’amicizia scaturita un po’ dall’imposizione un po’ dal caso (non certo da una scelta consapevole), ci porta dentro il labirinto oscuro ed indefinito dell’adolescenza, a rivalutarne la freschezza, insieme alla sincerità e alla limpidezza dei sentimenti.

Il libro si chiude con “Il giorno in cui mio padre mi insegnò ad andare in bicicletta”, che mi ha fatto riflettere su come – effettivamente – la crescita di un individuo, di norma graduale e continua, talvolta proceda anche per “salti”, per “impulsi” che in qualche modo stabiliscono un prima e un dopo, determinando in ciascuno dei cambiamenti radicali ed irreversibili.

Sono grato a Michela Murgia per avermi convinto a fare questo incontro, e credo che, a saper cercare, in Italia ci siano scrittori bravi e originali sui quali è necessario, oltre che utile, investire.

Difficile immaginare il seguito di questa avventura appena iniziata. E’ assai probabile che questo scrittore scriva e pubblichi altri libri, e sarà certamente interessante continuare a seguirlo, ma – viene da chiedersi – lascerà il ristorante?

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