Lavorare è un po’ creare

In questi giorni sto leggendo “La chiave a stella” di Primo Levi e mi sono imbattuto in queste sue bellissime e profetiche parole sul Lavoro
(…)
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse  fare a meno non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e
come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. E’ malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.
(…)

Oltre ad apprezzare le profonde verità che lo scrittore riesce a cogliere e ad esprimere con stile ineguagliabile, mi sono chiesto se di queste verità oggi non si stia facendo scempio. Le varie forme di precariato, la totale mancanza di diritti, l’incertezza delle prospettive, privano i giovani  di una parte fondamentale del loro equilibrio e della loro dignità. Ho appreso, attraverso un articolo di Massimo Gramellini su “la Stampa”, di come i vertici dell’INPS si siano premurati di evitare ai lavoratori precari di conoscere i diritti acquisiti durante la loro intricata “carriera”. Lo hanno fatto – dicono –  per mantenere la “pace sociale”. Ma una società che tratta il lavoro in questo modo, forse non merita la pace.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...