Nessuno scrive al colonnello (tranne noi)

In questi giorni il nostro governo si sta avvitando intorno alle solite beghe di palazzo, tutte riconducibili ad un singolare modo di intendere la politica, più adatto ai feudi che ad un paese civile e moderno.  Del resto, cosa ci si può aspettare da questa gente?
Ho assistito, allibito, alcune settimane fa all’ultima visita del colonnello Gheddafi, e mi sono chiesto se altri paesi europei (Francia, Spagna, Inghilterra, Germania) abbiano instaurato con questo ambiguo soggetto le stesse pompose, debordanti, relazioni che lui riesce a tenere col nostro paese. E’ oltremodo singolare, per un dittatore spietato e ottuso, essere ricevuto con tutti gli onori e assecondato in tutte le sue bizzarrie. Gli si è offerta l’opportunità di pronunciare le sue farneticazioni procurandogli addirittura un pubblico prezzolato e accogliendo benevolmente persino le sue più assurde teorie.
Sono convinto che – nella remota ipotesi che il colonnello fosse stato ospite in Francia o in Inghilterra – non si sarebbe mai permesso di fare in pubblico certe affermazioni ed avrebbe certo avuto un atteggiamento più discreto e rispettoso.
Ma il punto è proprio questo: perché questo personaggio si è comportato in questo modo?
Io credo che questa spavalderia discenda dalla consapevolezza di avere a che fare con delle mezze calzette, con gente che perfino Don Mariano – evocato da Sciascia ne “Il giorno della civetta” – non avrebbe esitato a definire dei “quacquaracquà”.
La totale inefficienza della Libia nell’arginare il traffico legato all’immigrazione clandestina, è stata – in definitiva –  premiata dal nostro governo con accordi economici vantaggiosissimi (per la Libia stessa e per alcune potenti lobby nostrane). In cambio di un maggiore impegno nella sorveglianza delle coste, il colonnello ha ottenuto danaro, mezzi tecnologici, accordi commerciali, industriali, finanziari. Tutto questo senza che ci fosse, per l’Italia, il modo per verificare se e come gli impegni presi venissero effettivamente onorati.
Adesso però si vanno componendo i frammenti del puzzle e scopriamo che il traffico dei clandestini è stato sì arginato, ma mandando a morire migliaia di uomini nel deserto. E apprendiamo che le motovedette pagate dai contribuenti Italiani, con a bordo nostri militari, vengono utilizzate (oltre che per sparare sui clandestini, cosa che Bobo Maroni reputa normalissima) per far fuoco sui nostri pescherecci che – pur navigando in acque internazionali – hanno l’impudenza di spingersi in quella che il dittatore libico considera arbitrariamente la “sua” fetta di mediterraneo.
Del resto i rapporti con la Libia, non sono che una piccola parte del disastro totale della nostra politica estera. Riusciamo ad essere amici di Gheddafi e di Putin, ma siamo totalmente ininfluenti su tanti altri importanti scenari: grandi potenze, paesi emergenti, focolai di guerra.
Ma adesso abbiamo altro a cui pensare: la casa in cui abita Giancarlo Tulliani a Montecarlo.

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