… DI RITORNO (racconto d’estate)

Capita, a volte, che il lavoro ti porti un po’ in giro, e che la tua famiglia si possa riunire solo nel  week-end (e a volte neanche quello). A mio padre questo accadde alcuni anni fa: lontano da casa – in cantiere dal lunedì al venerdì – rientrava per trascorrere in famiglia il sabato e la domenica. E poi  ancora – con l’immancabile trolley a seguito – lo stesso giro per la settimana successiva. Così per diversi mesi.
Nei suoi diari di quel tempo, quasi tutte le pagine parlano di mamma, di me e  di mio fratello,  dei suoi sentimenti, ed ovviamente del suo lavoro e delle sue idee. Talvolta però s’incontrano pagine come queste, che penso valga la pena far leggere anche ad altri.

.  .  .  .

E’ venerdì e sto accingendomi a fare rientro a casa. Giugno volge al termine e l’aria è piacevolmente frizzante, o forse mi sembra tale perché già pregusto la gioia di riabbracciare – stasera – mia moglie e i ragazzi.
Poca gente nel grande atrio della biglietteria: un signore cerca un treno comodo nel quadro degli orari; la tipa davanti all’edicola sta scegliendo una rivista da sfogliare durante il viaggio. C’è una piccola coda davanti all’unico sportello aperto. L’ultimo della coda sono io.
Dopo qualche minuto tocca al ragazzo che mi sta davanti. Ha poco più di vent’anni, veste come tanti suoi coetanei e sfoggia una pettinatura alla moda. Mi trovo a un passo da lui ed è praticamente impossibile non ascoltare sua la conversazione con l’operatore:
– Un biglietto per Battipaglia.
– Andata e ritorno?
– No. Solo Andata.
Il prezzo del biglietto compare sul display e viene ripetuto attraverso l’altoparlante.
A questo punto vedo il giovane infilare il suo portamonete sotto il pesante vetro.
– Faccia lei, io sono analfabeta.
L’operatore non si mostra sorpreso e porta a termine l’operazione. Immagino che certe scene non siano nuove a chi svolge quel tipo di attività. Per me si tratta invece di una situazione inedita. Rifletto su come quel giovane possa essere una facile preda per truffatori di ogni risma. Ma è un attimo: adesso tocca a me.
Io vado da un’altra parte. Col biglietto fresco di stampa fra le dita, mi metto alla ricerca del mio treno, e la conversazione tra il giovane e l’addetto alla biglietteria è già un ricordo sbiadito. Non incontrerò più quel ragazzo – penso – e m’inabisso nel sottopassaggio.
Emergo al terzo binario. Il mio treno è già pronto. Il motore si scalda in vista del lungo viaggio. Salgo a bordo e, prima di riporre la mia valigia sulla griglia in alto, ne estraggo  le poche cose che mi servono: un libro, una bottiglietta d’acqua e un pacchetto di biscotti.
Il libro è lo stesso dell’andata. Mi ha tenuto compagnia ogni sera, in albergo, fino al momento in cui il sonno non ha avuto la meglio. Adesso renderà il mio viaggio meno noioso. Almeno spero.
La bottiglietta  mi regala il primo sorso d’acqua fresca. Man mano il contenuto si scalderà e all’arrivo sarà una bevanda in tutto simile ad una pessima brodaglia … ma sempre meglio che restare a secco!
I biscotti servono più ad ingannare il tempo che a soddisfare la fame.
Prendo posto e sono già immerso completamente nella lettura quando il treno si avvia e velocemente s’inerpica per la prima salita.
Qualche minuto dopo vengo distratto da una conversazione animata che sta avvenendo poco distante da me. Riconosco una delle voci: è lui! E’ il ragazzo della biglietteria. Stavolta parla con il Capo Treno. Intuisco subito quale sia il problema: ha sbagliato direzione.
Per comprendere meglio ciò che è accaduto mi metto nei panni del malcapitato giovane: una volta preso il biglietto, a me è bastata un’occhiata al tabellone delle partenze per leggere  l’indicazione del binario. Poi ho seguito i cartelli e sono arrivato al terzo binario. Mi rendo conto che – fossi stato analfabeta  –  avrei  avuto ottime probabilità di sbagliare. Proprio come era successo a lui.
Penso ancora a queste cose mentre  il treno abbandona la città. Attraverso i finestrini le case si diradano ed inizia il lento alternarsi di boschi radure, pascoli e rari villaggi. Dopo circa un quarto d’ora, proprio in un piccolo villaggio, la prima fermata.
Il giovane si è calmato. Ha capito e scende per attendere il primo treno che lo riporti al punto di partenza. Solo molto più tardi potrà riprendere il suo viaggio verso Battipaglia. Se non ci sono altri intoppi, arriverà a tarda sera.
Il treno riprende la sua corsa, ed io provo a rituffarmi nella lettura, ma non ci riesco. La disavventura capitata a quel ragazzo è stata per me come un sasso caduto nello stagno placido della mia mente. E  da quel punto adesso si scatenano –  in cerchi sempre più ampi –  alcune riflessioni.
La prima riflessione riguarda l’abitudine. E proprio l’abitudine che, a volte, ci fa perdere la dimensione più autentica delle cose. Il leggere e lo scrivere fanno ormai parte di me e li considero gesti  “naturali”, abituali (o – ad essere sincero –  non li considero affatto).  Se però – come quel ragazzo – non avessi conosciuto il linguaggio scritto, avrei avuto una vita assai più difficile di quella che conduco. Non avrei fatto certamente lo stesso lavoro, ed anche la mia famiglia sarebbe stata profondamente diversa. Forse faccio un paragone azzardato, ma sarebbe stato quasi come avere una menomazione fisica di qualunque genere.
Il treno nel frattempo  scorre  le minuscole stazioni come fossero i grani di un rosario, ed io cerco di scorgere, nei mutamenti del paesaggio, qualche segno del suo avvicinarsi a casa.
Rifletto su come la padronanza del linguaggio scritto rappresenti una conquista per ciascuno di noi e per la società.
Adesso mi sembra tutto così naturale, ma quanta applicazione e quanta fatica  mi costò familiarizzare con quei segni incomprensibili che mi mostrava la maestra a scuola? Quanti sacrifici, per imparare, poco alla volta, le regole di un linguaggio nuovo!
Un po’ più avanti penso a mio nonno.
Lui sapeva leggere, e scrivere, e far di conto, anche se faceva tutto come un ragazzino di sei – sette anni; ma suo padre – questo è certo – era stato analfabeta. E come lui erano stati analfabeti tutti i membri della sua famiglia e – se si fa eccezione per il prete, il medico e il farmacista – tutto il paese.
Solo di recente l’uso della parola scritta si era diffuso in tutti gli strati della popolazione, e quella era stata – senza dubbio – la più grande conquista dell’ultimo secolo. Più del primo uomo sulla luna, che non ci sarebbe mica andato se a scrivere e a leggere fossero rimasti in pochi!
La mancanza di istruzione impedisce anche altre conoscenze utili, come ad esempio quelle che servono a  collocare sé stessi rispetto al tempo e allo spazio. Mio nonno – sempre lui – sapeva davvero poco di storia e ignorava anche le più elementari nozioni geografiche. Non avrebbe saputo trovare Biella, o Terni su una carta geografica, né sapeva chi fosse Cavour, anche se abitava in una via che ne porta il nome.
Ma qui la mia riflessione s’allarga ulteriormente.
E così, mentre il motore smette di vibrare, e riduce il rumore ad un mormorio sommesso che accompagna l’inesorabile discesa verso il capolinea, mi balenano dinnanzi  un sacco di persone che conosco. Alcuni sono miei coetanei, altri molto giovani: esattamente come mio nonno, non saprebbero rintracciare  Biella, né Terni, su una carta topografica, né sanno chi fosse Cavour.
Ho sentito più volte parlare di un fenomeno chiamato “analfabetismo di ritorno”. Riguarda coloro che prima imparano e poi – non “allenandosi” adeguatamente – dimenticano tutto, regredendo alla condizione iniziale.
Il mio sguardo ora si fissa sulla leva del freno d’emergenza e la mia memoria – ripropone le immagini di alcune interviste trasmesse dalla TV:  alcuni uomini politici – deputati, senatori ed anche qualche ministro – con le loro risposte avevano dimostrato una abissale, scandalosa ignoranza, perfino su temi che avrebbero richiesto – da parte loro – una competenza&n
bsp; molto approfondita.
Poi penso a come mi capiti sempre più spesso di leggere frasi scritte in modo sciatto, piene di “x” che significano “per”, straripanti di “k” e costellate di illeggibili parole senza vocali, più simili ai codici fiscali che a vocaboli comprensibili.
Con un po’ d’amarezza considero che, in questo modo, corriamo il rischio di disperdere un grande patrimonio, pazientemente accumulato attraverso l’impegno costante, tenace, talvolta eroico, di insegnanti ed allievi di diverse generazioni.
Per un attimo il pensiero torna al ragazzo diretto a Battipaglia: “Dove sarà adesso?”
Il mio viaggio sta per concludersi, e spero che lui sia riuscito a raddrizzare il corso di una giornata storta, e che ora stia godendo il meritato relax.
Inizio – quasi meccanicamente – a leggere tutto ciò che mi capita a tiro: l’avviso – in quattro lingue – di non gettare oggetti dal finestrino, e quello di non sporgersi, l’indicazione per la toilette e le  pubblicità.
Sono ancora impegnato in questa specie di gioco inconsapevole quando mi rendo conto che il treno sta rallentando per entrare nella stazione d’arrivo.
Mi alzo, raccolgo le mie cose (o ciò che ne rimane), e in questo preciso istante noto una frase che uno sciocco buontempone ha voluto lasciare sul sedile dove ero seduto fino a poco fa: “Asino chi legge”. Si tratta di uno scherzo – un po’ stupido – che anche io, a mia volta, avevo fatto tanti anni fa; ma, al termine di questo viaggio, quella frase mi colpisce come la puntura di un insetto. D’impulso la correggerei  cambiandola in “BEATO chi legge”, ma ho smesso da un pezzo di lasciare graffiti in giro … e con me non ho neppure un pennarello.
Scendo e mi avvio verso casa.
Chissà cosa racconterò ai miei figli questa sera.

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3 thoughts on “… DI RITORNO (racconto d’estate)

  1. Io ho conosciuto bene il mio papà quando ho cominciato a collaborare a studio con lui … lui è volato in cielo a soli 55 anni e avrei potuto non "conoscerlo" mai … ecco perché i miei figli li porto con me ovunque vada, per non perdermi nulla della loro vita … per quanto posso!Un saluto

  2. Quando diciamo “oggi si vive nel benessere”, pensiamo al vitto, al vestiario, ai motori, alle vacanze….; tutte cose che, spesso, abbiamo in misura anche superiore a quanto basterebbe. Mai, però, consideriamo che saper leggere e scrivere significa possedere un bene troppo prezioso.

  3. E' un brano stupendo che mi ha commosso, e che avrei voglia di inserire nei mie corsi di "lettura".tragicamente ci dimentichiamo che in Italia ancora più del 3% della popolazione è analfabeta, e lo sono, in qualche forma anche molti immigrati.Beato chi legge!grazie!

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