Il consumo che ci consuma

“Meglio certo di buttare, riparare” ricordava Lucio Battisti in una sua bellissima canzone. Questo motto  ha ispirato intere generazioni che, grazie ad esso, sono riuscite a soddisfare le loro esigenze pur disponendo di scarse risorse. Da tempo però, è andato in soffitta:  “riparare” è diventato un verbo obsoleto, fuori moda e spesso inapplicabile.
Nessuno si sognerebbe più, ad esempio di riparare qualcosa ad alto contenuto tecnologico. In questo momento davanti a me ho un modem, una webcam, un monitor, una tastiera  un mouse: tutti oggetti destinati all’isola ecologica non appena manifesteranno il minimo segno di cedimento o – anche funzionando egregiamente – saranno surclassati dai loro successori più evoluti.
Anche oggetti più grandi e complessi subiscono sempre più spesso lo stesso trattamento, così stanno man mano sparendo i riparatori di elettrodomestici, e i piccoli artigiani che sistemavano ciò che ci serviva.
Gli elettrodomestici di oggi vengono già prodotti per la discarica, mica per funzionare. Quanto è durata la vostra prima lavatrice? La seconda certamente meno; ma più della terza, statene certi.
Tutto questo perchè bisogna consumare a tutti i costi. Prima ce lo diceva solo la pubblicità, adesso -almeno qui in Italia- ce lo dicono pure le istituzioni. E non mi riferisco alle str…abilianti uscite del nostro Presidente del Consiglio e della sua banda di sì-dicenti accoliti, ma a fatti assai più concreti.
Proviamo a guardarci intorno: vengono riparate le strade? E le scuole? In che condizione sono gli uffici pubblici della nostra città? E l’ospedale? Da quanto tempo non fanno manutenzione alla fogna o alle condotte idriche del quartiere? In che condizioni era il treno su cui abbiamo viaggiato stamattina?
E ancora: chi si occupa del territorio? Chi viglila sui movimenti franosi? Chi si occupa della pulizia dei canali alluvionali, dei fiumi e dei torrenti? Chi ripara gli argini?
Se viviamo ormai in perenne emergenza e il paese si paralizza anche solo per una nevicata ci saranno pure delle ragioni.
Ma le istituzioni guardano altrove. Loro pensano alle grandi opere: trafori, ponti, alta velocità. Applicano al territorio lo stesso metro che io applico al mio modem. E la ragione è semplice: se fai riparare le strade o le scuole, nessuno viene a intervistarti e -stanne certo- nessuno ti inviterà ad un talk-show. Mentre se ti metti il caschetto bianco e vai a posare una prima pietra o a tagliare un nastro tricolore allora tutti i riflettori saranno puntati su di te.
E così, mentre le nostre già scarse risorse prendono la via degli appalti con tanti zeri, nessuno mai spenderà qualche zero per darci città più dignitose, servizi più efficienti, un territorio in grado di reggere a più di tre ore di pioggia e delle scuole che non crollino in testa ai nostri figli.

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3 thoughts on “Il consumo che ci consuma

  1. Perfettamente d’accordo. E, se suggerisci di riparare qualcosa, sogghignano… Perchè? Perché l’appalto per le manutenzioni è poco lauto. Invece le consulenze varie, quelle sì che fruttano e fanno lievitare le spese "virtuali". Poi i materiali della messa in opera sono spesso modesti e scadenti. Il denaro facile, esorbitante, maledetto ed immediato è la misura di tutte le cose. Grande tristezza. Eleonora Bellini

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