Si torna a parlare di scuola pubblica…e privata

Con la definitiva modifica dell’articolo 33 della Costituzione, enti privati avrebbero potuto da quel momento costituire scuole di ogni ordine e grado a spese dello stato e le famiglie avrebbero potuto iscrivere gratuitamente i loro figli alla scuola che meglio rispondesse ai loro ideali educativi. Unico vincolo era naturalmente che gli insegnanti assunti nelle scuole private fossero stati giudicati idonei da un esame di stato, ma era implicito che ciascuna scuola fosse poi libera di assumere insegnanti le cui convinzioni religiose o ideologiche fossero coerenti con gli intendimenti della scuola stessa.

Questa trasformazione del sistema scolastico fu salutata come profondamente democratica da tutte le parti politiche e nel giro di qualche anno si dimostrò anche vantaggiosa per lo stato: era evidente che qualsiasi organizzazione privata riusciva a conciliare efficienza ed economia meglio che l’istituzione pubblica, la vasta offerta di scuole private spinse le famiglie a disertare la scuola di stato che praticamente si era estinta entro il gennaio 2002, e lo stato spendeva, per finanziare ottime scuole private, la metà di quello che prima spendeva per finanziare la sua scuola.

Si erano inoltre subito acquietati i timori di quegli inguaribili anticlericali che temevano di vedere la Chiesa trarre vantaggi economici e ideologici dalla nuova legge. Non si era valutato a sufficienza che, dal momento che la Costituzione imponeva di finanziare qualsiasi iniziativa privata, anche altri gruppi si sarebbero avvalsi di quella opportunità. Nel giro di un anno erano nate alcune scuole evangeliche, con scarsa affluenza quelle d’impostazione luterana, ma con notevole successo, le elementari e i licei valdesi, e non solo in Piemonte e Val d’Aosta, ma anche nelle regioni meridionali. Buoni risultati in Lombardia avevano avuto gli asili Leoncavallo, mentre le cosiddette Bertinotti avevano dovuto chiudere per mancanza di studenti, a causa dei pesanti programmi additivi nelle ore di educazione civica, in cui si dovevano mandare a memoria e commentare i Grundisse marxiani.

Il successo più travolgente lo ebbero i cosiddetti licei “liberal”, come il Siccardi, il Giordano Bruno, il Paolo Sarpi, il Garibaldi, che alcuni volevano finanziati da logge massoniche, ma che riscuotevano in breve il consenso di tutta una borghesia laica e liberale, o di sinistra moderata. L’Osservatore Romano in una sua inchiesta aveva puntato il dito contro certi eccessi di zelo laicista, come i Laboratori di Ateismo, o l’uso (al Pasquino di Roma) nell’ora di storia delle religioni di quel Toledot Jeshu, antichissimo libello di origine ebraica nel quale si ricostruiva la storia di Gesù come mago e mestatore, nato da una prostituta e da un certo Pantera. Ma era stato facile al preside del Pasquino dimostrare anzitutto che l’insegnante aveva passato con successo l’esame di stato e che il Toledot veniva letto in molte comunità ebraiche medievali, e metterlo in questione poteva venire inteso come manifestazione di antisemitismo.

Ma non erano solo le scuole laiche a preoccupare le autorità vaticane: con l’intensificarsi del flusso migratorio (si ricordi la legge Pivetti del novembre 2010, che conferiva automaticamente  la cittadinanza a chiunque ponesse piede sul suolo italiano) nei primi due anni del Terzo Millennio erano nate moltissime scuole private musulmane, e quelle fondamentaliste attraevano anche molte famiglie cattolico-tradizionaliste, che vi vedevano difesi valori come la soggezione della donna all’autorità maritale. Inoltre si erano diffuse le scuole di varie sette, come i ginnasti dianetici e una grande popolarità stavano via via assumendo le scuole materne degli adoratori di Satana (culto regolarmente riconosciuto dopo che la setta aveva formalmente ripudiato i sacrifici umani), che avevano fama di essere molto divertenti e spregiudicate.

Si era però giunti al punto che le scuole cattoliche incontravano solo il favore del venti per cento delle famiglie, contro, per esempio, il quaranta per cento dei licei Oxalà, che affascinavano gli studenti perché la maggior parte dell’insegnamento era impartito su ritmi afrocubani da bellissime mulatte seminude – né lo stato poteva intervenire (in nome della libertà di culto) a sindacare le forme della didattica, se i nomi delle materie risultavano conformi ai programmi ministeriali.

Fu a quel punto che il nuovo pontefice Camillo Benso I (già cardinal Biffi), aveva rotto ogni indugio. “La Chiesa”, aveva proclamato, “chiede che lo stato si assuma le sue responsabilità e si faccia promotore di una istruzione pubblica unificata, togliendo ai privati il diritto di costituire scuole, e alle famiglie quello di fare scelte avventate. Non si può tollerare che i cittadini con le loro tasse sovvenzionino ogni forma di eresia solo per il malinteso principio di libertà religiosa. La Chiesa cattolica vuole impartire, nelle proprie parrocchie, la dovuta educazione cristiana a fanciulli che non siano stati corrotti da scuole che sfuggono al doveroso controllo dello stato. Libera Chiesa in libero stato, questo chiede ogni vero credente e solo così potremo garantire a tutti la vera libertà , che è anzitutto libertà dall’errore.”

Cronache del Terzo Millennio: finalmente le scuole private.

di Umberto Eco

pubblicato nella rubrica “La bustina di Minerva” su “l’Espresso” nel 1998

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5 thoughts on “Si torna a parlare di scuola pubblica…e privata

  1. volevo solo dirti velocemente che sei una persona gradevole e che un pò ci somigliamo…ho letto con interesse e simpatia il tuo profilo…
    ma non lo dico per dire che anch’io sono simpatico e gradevole 🙂 eheheheeh
    ciao

  2. Grazie davvero, Gino, per aver riproposto questo pezzo.

    Erano i tempi dell’Espresso diretto da Claudio Rinaldi, un GRANDE direttore che si era dimesso qualche tempo prima da Panorama dopo l’acquisizione di quel periodico da parte della Mondadori del Cavaliere.

    Erano i tempi dei “cronisti” Antonio Padellaro e Chiara Beria di Argentine… e non mi sembra di dover aggiungere altro.
    Erano i tempi in cui risparmiavo qualche lira per rinnovare l’abbonamento annuale a quel periodico che era carico di spunti di riflessione e di fatti che nessun altro giornale (già allora) pubblicava.
    Ricordo chiaramente di quell’anno la caduta del primo governo Prodi grazie Bertinotti e al ritiro dell’appoggio esterno al suo governo. E quello che venne dopo (il governo D’Alema-Cossiga e la scissione di Cossutta).

    Insomma, l’inizio della fine, e questo pezzo di Eco (come quasi tutte quelle rubriche ospiti fisse dell’ultima pagina del giornale) non erano altro che un quadro lucido e denso di spunti di riflessione di quello che sarebbe accaduto.

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