Ognuno ha il suo Campanile

«Mi viene in mente» disse il capitano Zadaras, dominando con la voce il clamore confuso della famosa bettola «quella volta che organizzai e comandai in tempo di guerra la squadriglia della morte.»

«La squadriglia della morte?» esclamai, sentendo crescere in me l’ammirazione per quel tipo di rude soldato che io avevo visto soltanto in quel locale, alle prese con le bottiglie (pagate da me) ma che, stando ai suoi racconti, aveva compiuto nella propria vita imprese strabilianti.

«La squadriglia della morte» ripeté lui.

Si riempì il bicchiere, mentre io seguivo con inquietudine il progressivo abbassarsi del livello nella bottiglia e spiegò, dopo aver tracannato d’un fiato:

«Una squadriglia di uomini decisi a tutto pur di raggiungere l’obbiettivo; d’uomini, insomma, votati alla morte. E’ evidente che di tali uomini non se ne trovano molti. Molti sono pronti ad affrontare il pericolo di morire, ma pochi la certezza. Cosicché la mia squadriglia era composta d’un limitato numero di eroi ed io ne fui il capo».

Non potei reprimere un gesto d’ammirazione.

«Quale il capo, tali i gregari» mormorai.

Zadaras ebbe un piccolo gesto di modestia, riempì di nuovo il bicchiere, tracannò.

«Ora, » aggiunse «si presentava un problema: se fossero morti i componenti della squadriglia della morte, come si sarebbe fatto? Ragion per cui: “State attenti”, raccomandavo ai miei uomini “evitate di esporvi ai pericoli, altrimenti qui si rischia di restare senza squadriglia della morte”. La cosa era evidente: una volta sacrificati tutti gli uomini della squadriglia, dove trovare altri uomini decisi a tutto? »

Il ragionamento non faceva una grinza.

«Penai un poco» proseguì il turbolento capitano alzando la voce per dominare il tumulto delle risse che scoppiavano qua e là nel locale «a far penetrare questo concetto nelle menti dell’alto comando, ma alla fine ci riuscii. Quei generali, aderendo alle mie vedute, non tardarono a convincersi che, una volta perduti tutti i componenti della squadriglia della morte, sarebbe stato assai difficile trovarne altri, poiché tipi decisi a tutto non s’incontrano a ogni passo. E che pertanto conveniva risparmiare i miei uomini. Penetrato questo concetto nelle menti dei generalissimi, i miei uomini furono, come suol dirsi, tenuti nella bambagia; tutte le cure furono per essi, tutte le precauzioni, per salvaguardare le loro preziose esistenze. Quando si trattava di compiere un’impresa disperata per la quale fosse necessario un gruppo di valorosi votati al sacrificio supremo, l’alto comando m’interpellava:”Mandiamo la squadriglia della morte?”.”Siete pazzi?” dicevo. “Così restiamo senza”. “E’ vero” dicevano i generali. “Restare senza squadriglia della morte sarebbe una grave perdita per l’esercito.”»

«Lo credo bene»

«Così, dopo ponderati conciliaboli, quei generali concludevano: “Mandiamoci altri”. »

«Era più che giusto» Osservai.

«Certe volte» proseguì Zadadras «il comando ci telefonava la mattina, mentre eravamo ancora a letto “C’è da compiere un’impresa in cui si lascia la pelle. Andate!”. E noi:”Bravi. E quando ci avremo lasciato la pelle, ci sapete dire chi compirà le imprese in cui si lascia la pelle?”. “Già, è vero,” ci dicevano i generali”allora non movetevi. Riguardatevi.” In conclusione, fummo tenuti lontano da ogni pericolo, al riparo dai raffreddori, in riposo, al coperto. Precauzione necessaria, vista la difficoltà, ripeto, di sostituirci. E soltanto finita la guerra, alla squadriglia della morte fu permesso di uscire dai ricoveri ed esporsi alle intemperie.»

Il capitano Zadaras vuotò ancora una volta il proprio bicchiere e concluse, con lo sguardo inseguendo lontani fantasmi: «Ah, sì, sì. Il più calmo, piacevole e riposato periodo della mia vita lo trascorsi in qualità di comandante della squadriglia della morte. E lo ricordo con profonda nostalgia».

“La squadriglia della morte” di Achille Campanile

tratto da “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima” – Ed.BUR

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