Drums

Da qualche tempo ho maturato il proposito di dedicare qualche post alla batteria: lo strumento che suono fin da quando ero adolescente.
Credo sia arrivato il tempo di passare ai fatti.
Il mio rapporto con questo singolare assemblaggio di fusti, pelli, piatti e ferraglia, è stato sempre altalenante. Intendiamoci, suonare la batteria è estremamente piacevole e liberatorio, ma -al tempo stesso- pone dei vincoli che talvolta mi fanno provare una punta d’invidia verso musicisti che suonano altri strumenti. Ad esempio, un batterista deve “per forza” far parte di una band: per questa ragione, se non trovi la compagnìa giusta sei “appiedato” e puoi solo allenarti, nella speranza di tempi migliori. Un altro limite è la scarsa “portabilità” dello strumento: certo, un pianoforte pone maggiori problemi, ma le chitarre, quasi tutti gli strumenti a fiato, quasi tutti gli archi, hanno una maneggevolezza incomparabile. Ho dovuto dotarmi di una “station wagon” adatta allo scopo, di una serie di custodie morbide di tutti i formati necessari e -di volta in volta- monta, suona, smonta, rimonta, risuona…un esercizio fisico notevole per uno della mia stazza!   Nella prossima vita suonerò l’ocarina,…o l’armonica.
Credo sia abbastanza naturale avvicinarsi alla batteria. Ricordo una battuta del percussionista in “Prova d’orchestra” di Federico Fellini (interpretato da uno dei miei “miti”: Pierluigi Calderoni, batterista del Banco) che diceva (più o meno): “lasciate libero un bambino in mezzo a degli strumenti e vedrete che si dirigerà verso le percussioni”. Si tratta di una specie di richiamo ancestrale verso la forma primordiale dell’espressione musicale. Per me è stata quasi una necessità. I miei amici cominciavano a suonare, a formare i primi gruppi musicali, serviva il batterista e – prima ancora di rendermene conto – mi son ritrovato con le bacchette tra le mani. Ho imparato da autodidatta, ascoltando e riascoltando cassette e dischi fin quasi a consumarli e osservando attentamente le performance dei professionisti durante i concerti.
Per questa ragione sono riconoscente a tutti coloro che sono stati, inconsapevolmente, i miei “maestri” ed ho pensato di dedicare questo post ad uno dei più grandi tra loro, un batterista che ho amato molto e che ci ha lasciato la scorsa estate: Max Roach.
Uno dei dischi più preziosi della mia collezione è certamente un suo vinile mono che prende il titolo da un celebre night club newyorkese: “at Basin Street“. Il disco raccoglie brani registrati nei mesi di gennaio e febbraio del 1956, solo pochi mesi prima che il trombettista Clifford Brown, leader dello strepitoso quintetto (che comprendeva il sassofonista Sonny Rollins), morisse in un incidente stradale. Attraverso questo disco ho conosciuto Max Roach ed ho apprezzato la sua genuinità, il suo stile fluido e i suoi assoli geniali.
Per darvi un’idea più concreta di ciò che ho cercato di descrivere con le parole, ho scelto un breve filmato di una sua performance. Spero vi piaccia.
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4 thoughts on “Drums

  1. Il post è interessante ma la tua presenza lo è di più.
    Per quanto dice Pierluigi Calderoni circa il bambino e la scelta dello strumento da suonare, mio nipote, lasciato libero in cucina, si diresse verso le pentole che, vuote, capovolse per farne la sua prima batteria.

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