Rapture of the deep

Ero adolescente, da poco strimpellavo con gli amici ed ascoltavo ciò che passava Lelio Luttazzi alla Hit Parade della radio. Tutto ciò fino al giorno in cui, a casa di un amico, ho ascoltato un disco che ha cambiato le coordinate del mio rapporto con la musica.
Ricordo ancora la scena con precisione: la puntina che inizia a strisciare contro il vinile, qualche leggero sfrigolio e poi…la magia.
Un corto effetto sintetico che si spegne per lasciare la scena ad un folgorante attacco di batteria: lo scampanellio potente e rapido sul ride che fa da sfondo ad un complesso ritmo combinato cassa-rullante, punteggiato da precisi, brevi passaggi sui tom. Poche battute, e il suono nudo delle percussioni viene agganciato dalla potenza della band: basso metallico, chitarra distorta e rapidi accordi suonati nel registro nasale che ha reso celebre l’organo Hammond . Un tappeto sonoro che si tende a sostenere la melodia di una voce maschile graffiante e bellissima.
Fino ad allora il Rock, per me, era stato quello di Celentano. Ma non avevo ancora ascoltato i Deep Purple….
Il brano s’intitola Fireball ed è la traccia che apre l’omonimo long-playing, pubblicato nel 1971, il secondo da quando, con l’inserimento di Ian Gillan e Roger Glover, la band – fondata nella seconda metà degli anni sessanta da Ritchie Blackmore, John Lord e Jan Paice –  s’è imposta all’attenzione degli appassionati di tutto il mondo.
Ho continuato a seguire il lavoro di questi straordinari musicisti, e convincendomi – a torto o ragione – che Jan Paice fosse in assoluto il più grande tra i batteristi Rock, ne ho fatto il mio modello –inarrivabile- da imitare.
Per tutti noi, in provincia, l’unico modo per ascoltare le loro superbe performances erano i dischi LIVE, primo fra tutti lo storico  Made in Japan, pubblicato nel 1972, che tuttora è considerato un cult della musica Rock (e che vanta almeno un tentativo d’imitazione…).
Stentavo a crederci quando, verso la fine dello scorso anno, appresi la notizia che il tour europeo della band avrebbe toccato Andria. E stentavo a crederci ancora ieri sera, mentre prendevamo posto nel Palasport, gremito di appassionati di ogni età e provenienti da tutta la Puglia.
Nei mesi scorsi, qualche detrattore aveva cercato di convincermi che avrei ascoltato qualcosa di molto diverso dalla band che conoscevo, paragonando questo tour a quelli di altre star “decotte” che arrivano in provincia a chiudere le loro carriere.
Nulla di più falso. I Deep Purple, ad oltre trent’anni da quel mio primo, fortunato ascolto, sono un fiume in piena, capaci di emozionare il loro pubblico con una carica di energia, esperienza e simpatia….e Jan Paice resta un mito. Ritchie Blackmore e John Lord non fanno più parte della band, ma il tastierista Don Airey e il chitarrista Steve Morse, che li hanno sostituiti, oltre ad essere dei musicisti formidabili, si sono mostrati perfettamente integrati nell’organico. I loro successi, così essenziali e possenti, hanno ancora il potere di stregare gli ascoltatori più esigenti e dettare le regole per le band emergenti.

Adesso ascolto altro, non sono più abituato all’atmosfera caciarona dei concerti da stadio, ma non potevo mancare all’appuntamento con questi vecchi giganti, inventori dell’Hard Rock

NB: ascoltare “a palla”

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5 thoughts on “Rapture of the deep

  1. Pensa che a me i Deep Purple non mi piacevano. Ricordo i pomeriggi assolati per andare a lezione da Andrea Amoruso che mi obbligava a suonare gli assoli di Blackmore, che non mai piaciuti dal punto di vista muscicale.
    Ironia della sorte: adesso c’è Steve Morse, il mio chitarrista elettrico preferito da sempre (e nei Deep Purple fa ben poco rispetto a ciò che combina con i Dixie Dregs e con la Steve Morse Band). Anni ed anni a studiare il suo stile ed i suoi assoli e l’altra sera stava a 10 metri. Chi lo avrebbe mai detto?
    Il concerto è stato grandioso. Secondo il mio modesto parere, sono più bravi oggi che trent’anni fa . Con Steve Morse alla chitarra la parte ritmica è davvero disarmante e ci sono molte più influenze musicali nei loro pezzi (celtiche e country soprattutto) ma anche gli componenti del gruppo sono bravissimi solisticamente.
    Tante persone di mezza età ma anche tanti ragazzini che si esaltavano per i loro pezzi.
    Peccato solo per l’acustica del Palasport, che non era delle migliori.

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