Boh!

Mai come in questo periodo ho avuto bisogno dei filosofi.
Sia per ragioni mie personali – col tempo mi ritrovo sempre più spesso a riflettere sui grandi interrogativi della vita – sia per ragioni di carattere più generale, mondiali, universali, visto il rapido sgretolarsi di equilibri che sembravano solidi e cristallizzati.
Così, quando mi capita, li leggo, o li vado a sentire.
Devo però dire che, nella maggior parte dei casi, le mie aspettative restano deluse, e quasi sempre esco da questi incontri più confuso di quanto già non lo fossi.
E’ accaduto ancora l’altra sera, alla presentazione di un libro.
 
Il filosofo parla con sicurezza affermando che ci sono i “monisti”, quelli che pensano che la verità sia una – la loro – e che debba prevalere su tutte, e i “pluralisti”, che invece accettano che la realtà sia costituita da molteplici verità, molteplici culture, e che tutte le verità e tutte le culture abbiano uguale diritto di cittadinanza.
 
Non faccio fatica a identificarmi coi pluralisti, visto che già da tempo –attraverso un percorso personalissimo- sono arrivato alle medesime conclusioni.
 
Però a questo punto il filosofo tira fuori un esempio che riguarda Zapatero e, dopo averlo elogiato per essere uno dei rari politici che mantengono le promesse fatte in campagna elettorale, cita la legge che regola il matrimonio tra omosessuali come l’emblema del pluralismo.
 
Alla base di questa legge infatti – secondo il filosofo – ci sarebbe l’idea che l’autorità (in questo caso il premier spagnolo) deve consentire le stesse opportunità a tutti i cittadini, affinché ciascuno possa seguire liberamente le proprie opinioni e attuare le scelte che ne conseguono.
 
Anche se quest’idea suona davvero bella e ampiamente condivisibile, la mia reazione è stata quella di confutarla immediatamente con esempi pratici.
 
Senza tirare in ballo il matrimonio tra omosessuali sul quale – lo confesso – non ci ho capito granché, e senza pescare in argomenti del tipo che c’è gente per cui è perfettamente lecito appartarsi coi bambini, o girare con il revolver nei calzoni (e non per questo un paese civile deve garantire loro la libertà di mettere in pratica tali scelte),  posso tirar fuori, ad esempio, la mia quotidianità di automobilista.
 
Ogni giorno mi accade di vedere gente in moto che zigzaga in mezzo al traffico senza indossare il casco. Se s’interrogasse qualcuno di loro sui motivi di questa scelta, sono convinto che tutti elencherebbero ragioni difficilmente opinabili: col casco, d’estate, la temperatura del cranio raggiunge livelli da cottura, si limita il senso di libertà legato all’uso della moto e il gusto del “rischio”, tipico di un carattere sportivo. Aggiungo che queste scelte, a differenza di quelle dei pedofili o degli assassini, non coinvolgono terze persone inconsapevoli: ogni motociclista si assume in proprio le conseguenze della scelta d’indossare – o meno- il casco.
 
Tuttavia l’autorità pubblica ha scelto di discriminare i motociclisti – o almeno quelli che la pensano in un certo modo- obbligandoli ad indossare questi dispositivi di protezione, anche se poi stenta – come accade dalle mie parti – a far rispettare tale imposizione.
 
Insomma io credo che l’autorità pubblica, basandosi su dati statistici, su ricerche scientifiche, su valutazioni il più possibile oggettive e ponderate, non solo possa, ma debba operare delle scelte che inevitabilmente finiscono per porre dei limiti alla libertà degli individui.
 
Sta a vedere che sono monista e non me n’ero accorto.
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