libero?

Con la maturità ho dovuto ridimensionare l’idea che avevo del libero arbitrio.
 
Da adolescente pensavo che io, gli altri, tutti, fossimo in grado di decidere e dirigere la vita, le azioni, secondo la volontà e le scelte individuali. Ma è noto che da adolescenti si riesce ad essere meno realisti dei bambini.
 
Ben presto ho dovuto ricredermi e accettare l’idea che la mia esistenza sia il risultato di una combinazione di infinite variabili, e che solo poche, pochissime di queste variabili siano sotto il mio diretto controllo.
 
Nel suo capolavoro “Moby Dick”, Melville usa un’immagine efficace e poetica per dire la sua su questa questione. Ve la racconto a modo mio.
 
Ismaele (il testimone-narratore della vicenda) e Quiqueg sono impegnati nell’intrecciare delle stuoie, un’attività che riempie i tempi morti a bordo del mitico Pequod.
Il pensiero di Ismaele, sollecitato dall’attività in cui è impegnato, si spinge a paragonare le stuoie alla vita: l’ordito, stabile (salvo movimenti lievi e ritmici che consentono ad altri fili d’intrecciarsi con quelli che lo costituiscono) –secondo Ismaele- può ben rappresentare le necessità. Il libero arbitrio viene invece paragonato ai fili della trama che vengono fatti intersecare con l’ordito. Infine i colpi della sciabola, manovrata distrattamente da Quiqueg, che assestano i fili della trama e contribuiscono ad accrescere il tessuto conferendogli l’aspetto definitivo, vengono paragonati al caso, che interviene inaspettatamente, obliquamente, e talvolta violentemente nelle nostre esistenze a dare agli eventi l’assetto definitivo. Il ragionamento di Ismaele si chiude osservando come questi tre elementi necessità, libero arbitrio, e caso, esattamente come nell’intreccio di una stuoia, siano indispensabili l’uno agli altri e si condizionino vicendevolmente.
 
Il libero arbitrio è solo un elemento della nostra esistenza, e per di più è fortemente condizionato da altri elementi che esulano dal nostro controllo.
 
Ignoravo però che un gran numero di filosofi e scienziati si fossero spinti fino a concludere che il libero arbitrio non esista affatto.
 
Mi sono imbattuto di recente in queste idee, leggendo un saggio di Lucio Della Seta intitolato “Debellare il senso di colpa”.
 
Nel tentativo di convincere il lettore, l’autore afferma che “(…)Durante tutta la nostra vita le nostre azioni tendono a mete che non abbiamo potuto scegliere (…)” e che ciascuno di noi non è libero di decidere neppure i propri gusti. In conclusione ci illudiamo di poter scegliere tra il bene e il male, in realtà scegliamo “(…) solo ciò che è nel nostro interesse (…)”.
 
Devo dire che, forse per il fascino che Melville esercita su di me, continuo a preferire e a condividere l’idea di Ismaele. Trovo peraltro che le conclusioni cui fa riferimento Della Seta, siano funzionali all’obiettivo che lui si (fin dal titolo del suo saggio) propone, quello di “Debellare il senso di colpa”. Se infatti ammettiamo che il libero arbitrio non esista, implicitamente concludiamo che non vi sia ragione di avvertire il senso di colpa.
 
In realtà è proprio perché mi accade di provare il senso di colpa e di non riuscire a debellarlo, che io sono propenso a postulare l’esistenza del libero arbitrio.
 
Discuterne tra noi potrebbe aiutarmi a capirne di più.
—————————-
 
 
 
 
 
riferimenti:
Herman Melville – "Moby Dick o la Balena" – trad. di Cesare Pavese – Adelphi
Lucio Della Seta – "Debellare il senso di colpa" – Marsilio 
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